E allora il Pd? Quattro esperti su politica e social network

Focus

È sempre vero che al successo sui social corrisponde consenso nelle urne? Ne parlano su Democratica Amenduni, Bentivegna, Rodriguez e Pregliasco

È sempre vero che al successo sui social corrisponde consenso nelle urne? E di fronte all’uso spregiudicato dei social da parte di personagii come Matteo Salvini e Luigi Di Maio, la sinistra deve inseguire o trovare una via nuova e diversa di utilizzare la potenza del web? Dopo l’inchiesta de L’Espresso, abbiamo chiesto a quattro esperti di ragionare su politica e social network nel 2020. Ecco i loro contributi:

Dino Amenduni – Socio e comunicatore politico di Proforma
Niente panico. Non esiste una correlazione diretta tra consenso social e consenso reale. Non si spiega, altrimenti, come un partito così strutturato in quanto a presenza sui social sia riuscito a perdere più di 10 punti di consenso in un anno, almeno stando ai sondaggi. Non esiste nemmeno una correlazione diretta tra engagement e consenso reale, altrimenti (per citare un esempio presente nell’articolo su L’Espresso) Silvia Sardone sarebbe una sorta di segretaria in pectore di Forza Italia e non è così. Quindi è poco utile lasciarsi impressionare da classifiche e dati meramente quantitativi.
Ciò detto, il ritardo del Pd esiste ed è inutile negarlo. Ma è un ritardo organizzativo e politico, prima che comunicativo. Non si capisce, per esempio, per quale motivo non si possa partire, nella costruzione delle reti digitali, da quella parte di elettorato delle Primarie del 2019 che ha uno smartphone in mano o un account FB. La risposta, in realtà, è tristemente semplice: perché l’elettorato delle Primarie, in troppe sezioni elettorali, non è stato ‘cablato’, chiedendo nome, cognome, mail.
E ancora: i contenuti con maggiore engagement sono quelli in cui la linea politica, per quanto possa essere disprezzabile, è espressa in modo chiaro: il successo di Salvini sta prima di tutto nella sua capacità di aver creato un circolo virtuoso tra dichiarazioni nette, copertura sui mezzi tradizionali e consenso di rimbalzo sui social. In parallelo a un lavoro di ricucitura organizzativa del partito, che favorirebbe la distribuzione dei contenuti sui social, appare ancora più indispensabile un lavoro sui temi e sulle proposte: la nettezza paga, gli avversari insegnano.

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Sara Bentivegna – Docente di Comunicazione politica a La Sapienza
Nel 2019 i social media e le relative metriche sono diventati qualcosa di profondamente diverso rispetto al passato. Se alcuni anni fa, nelle campagna del 2013 o anche del 2018, i social potevano essere considerati indicatori di popolarità di partiti e leader, oggi hanno perso questa loro capacità evocativa. I dati su like e follower ci dicono che Salvini è attualmente il politico più popolare in Italia? La risposta è che lo sapevamo già, perché quei numeri sono lo specchio di dinamiche più ampie.

Oggi invece come possono essere rilevanti i social media in una campagna elettorale? Ancora una volta, tornando alle origini, a dimensioni meno visibili ma che qualificano l’azione sui nuovi mezzi: innanzitutto l’organizzazione dal basso dei soggetti che vogliono contribuire, nella classica modalità grassroot che piuttosto che creare qualcosa di organizzato, fa sorgere attenzione ed effervescenza.

L’altro elemento, quello meno considerato ma che davvero può fare la differenza, è utilizzare i social media come una incredibile occasione di ascolto, non con dati banali su like e follower ma analizzando il tipo di conversazioni che si attivano, perché questo consente di andare oltre la rappresentazione offerta dai media tradizionali. Che senso ha nel 2020 fare l’elenco dei più pop? Un autorevole settimanale che dedica a questo 8 pagine: è questa la vera notizia.

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Mario Rodriguez – Consulente e docente di Comunicazione politica
Sicuri che quello che accade sul web determini il comportamento elettorale? Davvero il numero dei post giornalieri (la web propaganda) misura l’efficacia di un politico o piuttosto è l’indicatore di una sintonia culturale con il tempo che si vive?
Sono le interazioni sul web che generano consenso o viceversa la condivisione di senso genera le interazioni? Questa è una storia già vissuta ai tempi di Berlusconi e si dimostrò che non erano i tg Mediaset a costruire il consenso di Berlusconi ma viceversa era questo consenso che spingeva all’ascolto di quei tg.
La comunicazione efficace costruisce senso e motiva all’azione e questa può essere una interazione sul web, la risposta a un sondaggio o un voto elettorale. Ma il processo di costruzione di senso, unico per ogni individuo, per ogni sistema psichico, impasta gli stimoli che si ricevono con la propria esperienza di vita. È questa chimica particolare che va analizzata e compresa. Tenendo conto della unicità degli individui e quindi della non esistenza di una generalità di cittadini che hanno le stesse quantità di informazioni, le stesse capacità cognitive, le stesse attitudini e disponibilità verso la formazione di un’opinione cioè entrare in una relazione comunicativa (che sia politica e meno poco conta).
Allora, come si forma nella nostra società webbizzata il clima di opinione? Elemento centrale è ancora il sistema dei media e la tv in primo luogo. Il fatto nuovo è che il web ha modificato l’ambiente (i social non sono un medium) e il sistema mediatico vero e proprio costruttore della realtà sociale oggi guarda la realtà attraverso il web. Sono i media che hanno attribuito al web il ruolo di specchio della realtà. E così l’opinione pubblica, cioè l’opinione (la propria) che il sistema mediatico rende pubblica, è diventata soprattutto quello che accade nell’ambiente social. Il problema della nostra società mediatizzata è quindi soprattutto un sistema mediatico che si rappresenta come interprete della realtà/verità e che in questo modo considera ciò che accade sui social la fonte primaria attraverso la quale interpretare la realtà.
E così la panna cresce. Il circuito si autoalimenta.
Ma sui social si interagisce tra già convinti. Questo può accrescere la consistenza di una convinzione e forse aumentarne la capacità attrattiva o mettere in difficoltà quelle concorrenti. Ma questo avviene solo se esistono nella società le condizioni per la costruzione di quel significato. Se quel senso risponde ad un bisogno già presente e diffuso. Il problema è quindi come ci censiscono, come si intercettano i bisogni emergenti o in formazione che chiedono di essere riconosciuti, identificati, rappresentati.
Certo chi sa vivere il tempo della autocomunicazione di massa, chi non considera la politica diventata pop sinonimo di populismo (in accezione deteriore), chi non vive i social come un volantino webizzato ma come un modo autentico di offrire se stesso ai processi di significazione diventa più efficace. È questa a mio parere la sfida tutta culturale, qualitativa e non quantitativa, che il Pd e la sua nuova leadership hanno di fronte. E non credo che la metrica del web adottata da l’Espresso indichi la strada preferibile.

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Lorenzo Pregliasco – Fondatore Quorum/YouTrend e docente Università di Bologna
L’analisi pubblicata dall’Espresso certifica la primazia di Matteo Salvini nell’arena della comunicazione politica italiana sui social, non solo per via del numero di fan e follower ma anche per la presenza di una comunità molto attiva e mobilitata che reagisce e interagisce diffusamente con i post del ministro dell’Interno. Come osserviamo nel volume “Fenomeno Salvini” (Castelvecchi), il leader della Lega è anche il politico che scrive di più su Facebook, con una media di circa 11 post al giorno nell’arco del 2018.
D’altra parte appare interessante il posizionamento di Di Maio, al secondo posto dietro Salvini come portata complessiva. Il vicepremier 5 Stelle in questa fase sembra preferire i media tradizionali alla rete quando si tratta di prendere le distanze dall’alleato di governo.
Sul fronte del centrosinistra, le metriche social della nuova leadership di Zingaretti sembra scontare il pochissimo tempo trascorso dalla sua elezione – appena quaranta giorni – e sarà dunque da osservare con attenzione lo sviluppo della sua strategia, in vista delle Europee e dopo il voto del 26 maggio.

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