Comunicazione e Pd: se dietro alla paura di ‘grillinizzarci’ si nasconde un ‘regressismo’

Focus

Il futuro o ti fa paura e diventi regressista, o lo vivi come una sfida e lo affronti.

Matteo Renzi sabato in assemblea, nell’elenco delle 10 autocritiche che ha fatto, ha citato i social: non è vero, ha detto, che siamo stati troppo social e poco sociali, semmai è accaduto il contrario. Sui social, ha sostenuto l’ex segretario, dovevamo starci di più, meglio ed in modo più incisivo. Tra le tante reazioni che ho letto al suo intervento, ho ritrovato spesso ancora persone che sostengono che è stato un errore “grillinizzare” la nostra comunicazione, ammesso e non concesso che davvero ciò sia avvenuto (io non lo credo).

Intendiamoci quindi su questo termine e proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Se “grillinizzare” significa usare una rete di troll e di utenti fake per sostenere i nostri contenuti, ovviamente concordo. Se “grillinizzare” significa creare una rete di utenti reali “automi”, pronti a sostenere aprioristicamente i nostri contenuti sul web, concordo perché il nostro popolo è altro: a noi una operazione così riuscirebbe peraltro solo in minima parte. Se “grillinizzare” significa attaccare pregiudizialmente e violentemente l’avversario, ignorando i principi di realtà e ragionevolezza, il rispetto dell’altro, i valori che ci animano, concordo perché siamo davvero altro, perché l’etica della politica non è qualcosa da cui si può prescindere. Se “grillinizzare” significa in sostanza inquinare i pozzi della comunicazione in democrazia, concordo: siamo davvero tutt’altra cosa.

Se invece “grillinizzare” significa basare tutta la propria strategia comunicativa sull’attacco all’avversario, vi svelo un segreto: questo non è mai successo. Perché i 5 Stelle sono cresciuti certo nei consensi grazie alla costante e violenta denuncia delle nostre presunte malefatte ed ai conseguenti attacchi, ma anche e forse soprattutto, grazie alla loro (insana e/o farlocca) parte propositiva.

Quindi? Proviamo ad andare oltre. Se “grillinizzare” significa non limitarsi a fare sulla rete un lavoro di testimonianza come spesso abbiamo fatto in passato e come larga parte di noi fa oggi sui social (in un rapporto, lo ricordo, 1:12 tra i nostri parlamentari e quelli 5 Stelle), ignorando che è certamente importante cosa dici ma anche quante persone raggiungi, a quante parli, allora il discorso è ben diverso. Se “grillinizzare” significa accompagnare a contenuti propositivi anche quelli di attacco, sapendo anche che è il successo dei secondi a far crescere le visualizzazioni dei primi, per la legge della viralità che guida l’algoritmo di Facebook, allora il discorso è ben diverso.

Se “grillinizzare” significa usare, nella misura in cui sono compatibili coi nostri sostenitori, le tecniche di marketing digitale che certamente non ha inventato la Casaleggio&Associati ma che nascono col primo “Buy now” di Jeff Bezos ben 23 anni fa, allora è tutta un’altra storia. Se “grillinizzare” significa comprendere che la comunicazione sui social non si fa solo con buoni comunicatori e buoni creativi, ma che servono anche altre professionalità (grafici, videomaker, registi, analisti, ingegneri informatici e molto altro), allora il discorso cambia. Se “grillinizzare” significa quindi avere consapevolezza che nella comunicazione sui social rimane fermo il primato della “politica” e dei contenuti ma che accanto alla “forma” che solo un bravo creativo può dare, è importantissima una “tecnica” per cui servono altre professionalità, allora il discorso cambia ancora.

Se “grillinizzare” significa pensare che tutto ruoti intorno a Twitter e non accorgersi che, sotto il proprio naso, è su Facebook che ci stanno facendo neri, cecità che ci ha impedito di comunicare con efficacia sui social giusti le riforme dei nostri governi, allora il discorso è davvero totalmente diverso. Se “grillinizzare” significa creare anche una rete di attivisti social pronti a sostenere i tuoi contenuti con un approccio non aprioristico e in una modalità orizzontale anziché verticale, allora questo diventa una necessità. Se insomma “grillinizzare” significa tentare di migliorare quel 5-6% di “share” che hanno i nostri contenuti sul re dei social, Facebook, a fronte di un potentissimo 85% a sostegno dell’attuale governo giallo-verde e delle sue idee e politiche scellerate, beh, mi pare che la sfida sia assolutamente necessario coglierla.

Un verbo simile a “grillinizzare” l’ho già sentito negli anni ’80, quando c’era chi tra i nostri sosteneva che non potevamo “berlusconizzarci” andando nelle nuove trasmissioni della televisione commerciale. Ma tornando indietro nel tempo, si potrebbe ricordare che ancora nel 1968, 14 anni dall’inizio delle trasmissioni televisive, Rinascita inveiva contro la televisione accusandola di “ridurre a un cretinismo collettivo la maggioranza degli italiani”, con lo snobismo – questo sì – decisamente radical chic del primato della cultura “quella vera”. O quando nel 1972 il PCI provò ad impedire l’avvento del colore sugli schermi televisivi degli italiani. O infine quando, nello stesso anno, sempre il PCI respinse al mittente l’appello di Eugenio Scalfari per la “libertà di antenna”, non cogliendo anche allora la sfida della modernità.

Insomma, di fronte abbiamo ancora, nonostante tutto, nonostante sia davanti ai nostri occhi da almeno 5 anni, una grande sfida: quella di essere in maniera efficace e non con quella che definisco “opera di testimonianza” su quello che si sta avviando ad essere il più importante media, superando in tempo speso ed in influenza sull’opinione pubblica persino la televisione.

Il futuro o ti fa paura e diventi regressista, o lo vivi come una sfida e lo affronti. Ecco, noi dobbiamo affrontarlo. Con le nostre modalità, con le nostre perplessità, con i nostri distinguo e con i nostri errori che inevitabilmente faremo. Ma evitando davvero un lavoro di pura testimonianza i cui effetti disastrosi sono sotto gli occhi di tutti.

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