Congresso e mobilitazione diffusa contro demagogia e destre

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La vita interna del Pd non va mortificata in nome di nuovi cantieri, ma occorre provare a far leva sulle intelligenze e sulla passione di altri, per rendere più arioso lo spazio della democrazia e per contrastare con più efficacia le pulsioni illiberali

I dem hanno bisogno di un percorso congressuale dal quale emergano un leader, un gruppo dirigente, una linea politica chiara. Nel contempo si percepisce l’esigenza di una mobilitazione di energie umane che vada oltre il Pd. Come conciliare le due istanze?

Nel dopoguerra si ebbe un’irripetibile fusione di bisogni materiali e narrazioni ideologiche. Anche guardando solo al Pci e al Psi, si scorge come in essi vi fosse una linea prevalente e, insieme, una straordinaria ricchezza di contributi, elaborazioni, sensibilità. Non solo: il singolo militante, il singolo simpatizzante, spinto dal bisogno e motivato dall’idea, non si sentiva affatto spettatore, bensì protagonista di un gruppo e di una storia.

Con la “videocrazia” degli anni ’80 il rapporto fra individuo e partiti muta: i più seguono “la politica” come se si trattasse di uno spettacolo, più o meno avvincente, più o meno disgustoso. Oggi, poi, i “social” rappresentano il luogo e il momento privilegiato della partecipazione: così si creano “piazze virtuali” e “comunità virtuali”. Il tessuto connettivo dell’ideologia e della “cultura politica” si è quasi smarrito. I propri bisogni paiono a ciascuno dissimili da quelli degli altri. La condivisione resta superficiale; riguarda “frammenti di vita”, più che scelte di fondo.

Da qui l’esigenza di vincere pigrizia e torpore e, dinanzi alla demagogia e alle destre, di mobilitare nuove energie. Guai a ridurre la questione all’eventuale cambio di nome del Pd. Si tratta di trasformare le “nicchie” in “reti”, non solo virtuali. Urge far leva sui saperi di ciascuna e di ciascuno per tradurli in progetto comune.

A tal proposito, sono assai affezionato a una considerazione pubblica di Willy Brandt espressa ad Hagen il 27 settembre 1986: “Mentre i valori assoluti, o comunque ciò che tale viene ritenuto, non possono ragionevolmente divenire in alcun modo l’oggetto dell’analisi politica, della deliberazione, del compromesso pratico; per l’organizzazione della vita sociale – anche se divenuta così complessa, settorializzata e difficile da ricondurre a sintesi – vale l’esatto contrario. Questo è il compito della politica. E in democrazia questo significa che è compito di tutti noi, che non intendiamo farci privare della possibilità di assumerci in prima persona le responsabilità che ci spettano. Il compito di tutti noi, un compito che non possiamo rimettere all’istanza ultima o all’autorità governativa, neppure al mercato – da taluni innalzato a rango di divinità supplementare – e neppure a quegli esperti che senza dubbio conoscono ogni tipo di albero, ma ignorano che cosa sia la foresta”.

Ecco: la vita interna del Pd non va mortificata in nome di nuovi cantieri.

Nel contempo, però, occorre provare a far leva sulle intelligenze e sulla passione di altri, per rendere più arioso lo spazio della democrazia e per contrastare con più efficacia le pulsioni illiberali.

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