Un’opposizione che sia di qualità

Focus

Contro la deriva populista il congresso del Pd può essere l’occasione di ricostruire un’opposizione forte, riformista, democratica e popolare

Alla vigilia della presentazione del governo Conte alle Camere conviene soffermarsi sulle opposizioni. Chi e come contrasterà la “Creatura” cui i novelli Frankestein hanno dato vita nel “laboratorio sovranista” (la definizione è del professor Sergio Fabbrini) che è diventata l’Italia?

Dico le opposizioni al plurale perché le forze rimaste fuori dal governo sono due: il Pd (e Leu) e Forza Italia, dal momento che Fratelli d’Italia, pur tenuta fuori dalla porta è pronta ad accorrere al primo richiamo di Matteo Salvini.
Quella di Forza Italia sarà anch’essa però un’opposizione di sua maestà per non seppellire definitivamente il centrodestra.

La qualità dell’opposizione, fondamentale per gli equilibri democratici del Paese, riguarda dunque fondamentalmente il Pd e quel che resta del centrosinistra.
L’esperimento del governo Conte è inedito: ad esso guardano sovranisti e populisti di tutto il mondo come a un faro (basta leggere Steve Bannon sceso in campo a sostegno del governo gialloverde), e al tempo stesso lo osservano i governi europei per capire se la compagine sarà coerente con i proclami anti-europei oppure se gli schiaffi dello spread costringeranno i sovran-populisti a più miti consigli.

In ogni caso siamo di fronte a un governo che ha fatto strame dei principali paradigmi nazionali ed internazionali su cui si è retta la Repubblica fino ad oggi. Siamo su un piano inclinato e soltanto la forza tranquilla del presidente Mattarella ha impedito che il paese precipitasse nel baratro.
Se così stanno le cose prendere la misura a questo governo non sarà semplice. La luna di miele con l’elettorato non s’interromperà presto. Ma non sarà eterna. La natura stessa del consenso dei sovran-populisti richiede che si passi di sfida in sfida, alzando continuamente la posta.

Il mantenimento delle promesse elettorali comporta lo scasso: più 100 miliardi di spesa, con ogni evidenza insostenibili. Dell’impossibilità di mantenere le promesse daranno la colpa all’Europa, alle banche, ai tecnocrati e intanto prenderanno provvedimenti a costo zero dal punto di vista economico ma che hanno un costo pesantissimo sulla qualità della democrazia: demagogici, come il taglio dei privilegi dei politici che non intaccano minimamente il costo principale per il Paese costituito da quella burocrazia pervasiva e inefficiente della quale però (Roma docet) non potranno fare a meno per mandare avanti la macchina amministrativa; repressivi, contro immigrati e rom; illiberali e giustizialisti sui temi dei diritti civili.

Smontare questa macchina di potere, che si rafforzerà con le prossime nomine, non sarà compito né breve, né semplice. Gridare al fascismo o all’invasione dei barbari sarebbe una scorciatoia propagandistica. Non perché i propositi del governo sovran-populista debbano farci dormire sonni tranquilli.

Il problema è capire come e quando si evidenzieranno le contraddizioni e lavorare perché esplodano: quando si tratterà di capire come fare insieme flat tax e reddito di cittadinanza, quando bisognerà decidere se sterilizzare o no l’Iva, quando si dovrà decidere se fare o no le grandi opere pubbliche (già sottoposte a una rigorosa revisione dal ministro Del Rio).

Per contrastare la deriva populista e sovranista non serve un’opposizione inciprignita, serve ridare anima e identità all’opposizione democratica, serve ricostruire una connessione sentimentale con chi chiede protezione sociale e non l’avrà; con chi chiede sicurezza e si ritroverà invece con un innalzamento delle tensioni (il caso Rosarno già ce lo dice); con chi non vuole vivere in un paese dove lo stato liberale e garantista sia sostituito da un moloch giacobino e giustizialista.

Un’opposizione larga, che mobiliti piazze colorate e pacifiche, che pratichi in Parlamento una lotta intransigente; che ricostruisca un’alleanza tra élite e ceti popolari.

Un’opposizione così non può essere una babele di linguaggi, ma deve trovare un nuovo linguaggio comune, nuovi leader non contestati appena insediati, nuove forme di raccordo e di rappresentanza. Il congresso del Pd, se non sarà una resa dei conti tra gruppi di potere, può essere l’occasione di ricostruire un’opposizione forte, riformista, democratica e popolare.

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