Il rischio di un congresso sbagliato

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Stasera sappiamo chi saranno i candidati per il congresso del Pd ma sarà una consolazione ben magra rispetto alla preoccupazione che attraversa un’intera comunità politica

Stasera sapremo quali candidati alla guida del PD saranno effettivamente in campo. E almeno questo passaggio potremo dire di averlo spuntato. Ma sarà una consolazione ben magra rispetto alla preoccupazione che attraversa un’intera comunità politica di fronte al percorso che abbiamo seguito per arrivare fin qui.

Una preoccupazione che ci viene raccontata ogni giorno da militanti ed elettori e sulla quale sarebbe superficiale tacere: la stessa con cui oggi molti nostri sindaci hanno accompagnato l’annuncio di un manifesto riformista da sottoporre a tutti i candidati. Il timore di tanti è che la somma di ritardi, errori, svolte e controsvolte che abbiamo accumulato in questi ultimi mesi finisca per fare del congresso PD un’occasione a metà per rafforzare l’alternativa al governo più pericoloso della storia repubblicana. Il dovere di franchezza che esiste tra di noi spinge a constatare la distanza che corre tra l’assoluta urgenza di rimettere il PD sulla rotta di una navigazione salda e condivisa e il rischio di smobilitazione che si respira intorno all’appuntamento congressuale.

E’ evidente che oggi non vi sia altra strada se non quella di tirare innanzi lungo il percorso già definito, non essendoci ormai né tempo né condizioni per quel “Fermate le macchine” che Mario Lavia ha suggerito su queste pagine qualche giorno fa. Eppure c’è forse la possibilità di evitare di sbagliare ancora e di più, scegliendo di non perseverare nei prossimi due mesi nel metodo del “Come se niente fosse” che abbiamo seguito tutti (compreso ovviamente chi scrive) nelle settimane scorse.

Si può procedere come se niente fosse sapendo che il 4 marzo 2019, all’indomani della proclamazione del vincitore delle primarie, il PD potrebbe trovarsi già in campagna per elezioni politiche anticipate (mentre si troverà certamente impegnato per il voto amministrativo ed europeo di maggio)? Si può procedere come se niente fosse in presenza del rischio che le forme di partecipazione e decisione pensate anni fa, dentro uno scenario lontano anni luce da quello del 2018, si rivelino inadeguate alla fase di emergenza che sta vivendo oggi il PD? Si può procedere come se niente fosse davanti a Matteo Renzi che si disinteressa legittimamente ma platealmente del congresso (e del PD) e davanti all’assenza di candidature che ambiscano a rappresentare se non tutta per lo meno la maggioranza della maggioranza politica che ha governato il partito negli ultimi cinque anni? Probabilmente la risposta è un Sì senza troppa convinzione, a cui saremo condotti anche dal sacrosanto rigore con cui il nostro partito interpreta se stesso e le proprie regole.

Eppure resta la speranza che, una volta depositate le firme, i candidati che parteciperanno alla corsa decidano di seguire il metodo che viene anche dalla suggestione dei nostri sindaci: prendere atto della preoccupazione che si respira ad ogni piano della nostra comunità politica, guardare con spirito di laicità ai molti errori commessi nelle ultime settimane, fare un passo (e un patto?) condiviso in direzione di una gestione comune dell’emergenza dei prossimi mesi. Molto probabilmente non accadrà, ma non per questo non vale la pena proporlo.

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