Ecco perché il Paese ha bisogno di riformismo

Focus
Bellanova

Non voglio capri espiatori che pagano la colpa di aver rotto le liturgie. Dobbiamo spostare in avanti il meglio della cultura politica di questo Paese

Non è questione di nomi o volti (più o meno?) nuovi. Di padri nobili (Dio mio, ancora?!?).
Non è rieditare, sempre, comunque, le vecchie liturgie fingendo il nuovo che avanza e nel frattempo consumando antiche faide e nuovi colpevoli. Il nuovo che avanza è il tempo che ci scorre intorno, che ci interroga. E’ il tempo presente (quello che accettiamo in eredità e che siamo capaci di prefigurare).

E’ lo spartiacque che queste “elezioni europee” decreteranno, a cui Lega e sovranisti si stanno già abbondantemente preparando mentre noi siamo immersi nei nostri computi interni, nelle nostre percentuali. Per questo ho ritenuto sbagliato, un errore clamoroso, sovrapporre congresso e battaglia per le europee. Non perché ho paura della democrazia o che l’area nella quale mi riconosco non sia in grado di avanzare proposte. Piuttosto, perché credevo e credo che la priorità è costruire l’impianto programmatico, sostenendo adeguatamente chi scenderà in campo, per il governo di quella che, lo vogliamo o no, sarà la nuova Europa con nuovi rapporti di forza. Non è la strada che abbiamo scelto: mi adeguo.

Il congresso discute di uomini e di donne da quando il mondo è mondo: noi non riusciamo a invertire questo paradigma perché continuiamo a discutere di uomini, uomini, uomini, ma non sempre è chiaro intorno a cosa.
Io ho creduto nel Pd. Non sono tra quelli che sono stati convinti o trascinati. Ho creduto nel Pd perché pensavo allora e penso adesso che questo paese ha bisogno di una nuova cultura politica.
Perché ritenevo che i vecchi partiti non fossero più in grado di affrontare le sfide epocali (ambiente, sviluppo, redistribuzione della ricchezza e della popolazione) e che il nodo stringente di una cultura politica capace di fare sintesi avanzata delle culture politiche del novecento fosse la sfida necessaria.

Ma se oggi mi trovo a dover partecipare a un congresso dove si parla solo di noi e che a quelle sfide non dà ancora una risposta, mi chiedo se l’empasse non sia stata segnata da quelli che hanno determinato il fallimento dei vecchi partiti di provenienza di fronte alla crisi.
Stiamo ancora discutendo con gli stessi uomini e un po’ meno con le stesse donne. Eppure le liturgie sembrano sempre uguali. Ed il rischio, se continuiamo così, è enorme: il Pd rischia di implodere.

Non è un destino ineluttabile, si può evitare. Uno dei modi migliori è riconoscere come nostro, di tutti, l’impianto riformista sviluppato in questi anni al Governo del Paese. Se partiamo da lì, non da un pezzettino, per spostare in avanti la riflessione e la proposta. Perché l’opposizione è credibile se la fai sulla base del governo che vorresti fare, che vorresti essere, non a prescindere. E ognuno di noi è anche le cose che ha fatto.

Altrimenti significa che non stiamo cercando la proposta migliore e più adeguata per affrontare questa fase ma solo un responsabile da dare in pasto, stiamo consumando ancora le miserie delle battaglie politiche dalle quali molti di noi sono scappati via.
Un film già visto, a cui mi sono sempre sottratta. Se hai la mia età e senti il tempo che viene meno, ti interessano le battaglie utili. E ti interessa arare il campo.

Noi siamo riformisti: il nostro campo è questo. Non inseguire la destra e i vari estremismi. Catalizzare, attrarre, allargare: o lo fai da una posizione di forza, con chiarezza e autorevolezza, o sei inevitabilmente votato alla sconfitta, e la sconfitta non è, solo, una questione di numeri.
Io voglio interrogarmi con la mia comunità politica sulla qualità del rinnovamento che siamo stati capaci di mettere in campo e di proporre al paese. Il punto vero è questo, c’è ancora spazio per farlo? Perché se il rinnovamento per caso dovesse significare che si mettono in campo i giovani, perché noi siamo vecchi, ma poi ci sono i padri nobili che continuano a gestire tutto con la vecchia logica dei caminetti, e se quei caminetti sono composti solo dai soliti noti, allora io dico: ma anche no.

Noi siamo una comunità che può accettare la sfida della discontinuità, la nostra forza è data anche da questo. Ma se poi guardo le prime file, non perché mi piacciono ma perché sono quelle che vedi per prime, e scorgo quelli che hanno fatto i presidenti del consiglio, i ministri, i segretari di partito, la domanda è lecita: ma come si fa ad essere credibili quando parliamo di discontinuità e di rinnovamento? E può mai essere una risposta politica che adesso scopriamo le periferie? Per me, che nelle periferie ci sono sempre stata anche quando nessuno più ci andava e ho fatto caseggiati su caseggiati, no, non lo è.

Non voglio capri espiatori che pagano la colpa di aver rotto le liturgie, i caminetti, le vecchie usanze. Non voglio un passato che non passa. Non voglio rinnegare quello che sono stata.
Non dobbiamo ricostruire antichi altari, né Ds, né Dc. Ma raccogliere il meglio della cultura politica di questo Paese e spostarlo in avanti. Non significa voler abbandonare il Pd, significa non rassegnarsi a farne una triste e stanca replica di quello che poteva essere e non è stato. Anche questa è una domanda del tempo presente.
Questo paese ha bisogno di noi. E noi abbiamo il compito di corrispondere al bisogno di cambiamento di questo Paese. Rafforzando con decisione, e anche con desiderio, l’impianto riformista perché sia vivo e plurale, un partito – finalmente – di donne e di uomini.

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