“Professor Conte, manca la pec”. Storia di una furbata

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Quello che Conte non dice è se ha davvero rinunciato a concorrere per la cattedra del suo maestro Alpa, perché, nel momento in cui scriviamo, non risulta arrivata alcuna Pec che dimostri che le intenzioni del premier siano quelle dette a parole

Il professor Conte l’esame lo aveva già passato. Non per aver superato un concorso pubblico ma perché la cattedra gli spettava di diritto. Era del suo mentore, Guido Alpa, e sarebbe andata a lui, secondo la regola non scritta del baronificio universitario italiano.

Sarebbe andato tutto bene. La domanda “di trasferimento” fatta prima di diventare premier, in febbraio. Alpa va in pensione. Conte “eredita” la sua cattedra, resta in aspettativa finché dura il suo mandato, poi se la riprende. Prof di diritto privato alla Sapienza, com’è giusto che sia.

Poi succede qualcosa che spezza la linea del tempo: Conte viene indicato premier. Giura di fare il premier, di essere fedele alla Repubblica, di osservare la Costituzione, le leggi e anche di esercitare le sue funzioni nell’interesse esclusivo della nazione. Giura di prendersi un’aspettativa da se stesso e dalla sua carriera, perché ora il suo compito è un altro. Servire lo Stato, una cosa fuori moda.

Comunque, il tempo passa e ogni tanto inciampa. O forse no. Perché la cattedra vacante di Alpa viene messa a concorso. Arriviamo al mese di agosto. Un mese perfetto per un processo di selezione che prevede di esaminare quattro candidati, tre prof più il premier. Non si vede nulla, non si pubblica nulla. La commissione si riunisce il primo agosto. Nessuno ha nulla da eccepire di fronte al candidato Conte. I punteggi arrivano, ma non compariranno mai sul sito della Sapienza. La prima parte è fatta. Siamo ai primi di settembre, ai quattro candidati viene comunicata la data dell’esame di Legal English: il 10 settembre.

Uno sarebbe portato a pensare, in totale buona fede, che un presidente del Consiglio non possa pensare di sostenere l’esame di un concorso pubblico in competizione con altri candidati “normali”. Ma tutto tace. Tutto sotterraneamente si regge, basta un po’ di nebbia e qualche no comment. E’ quasi fatta, prof. Invece come alla fine dell’estate, il tempo a un certo punto si spezza.

Qualcuno alza il tappeto, c’è un sacco di polvere. Magari qualcuno che si è rotto di dover vedere i figli evadere da un Paese che non riconosce il merito, dove i legami ti chiudono in una cella, manco fossi in prigione. Qualcuno che ha visto che qui da noi è il mondo al contrario, all’estero sei penalizzato se hai interessi personali o famigliari collegati alla tua carriera, da noi se non li hai non vai da avanti. Non tutti vogliono stare sempre a testa in giù, nel mondo al contrario. E allora questa storia viene fuori e arriva alla testa di una brava giornalista, Silvia Sciorilli Borrelli.

Il resto è noto: il sito Politico Europe pubblica lo scoop del concorso segreto di Conte, spiega il perché e il per come di un conflitto di interessi grosso come una casa. Ricostruisce i fatti e chiede smentite che non arrivano, prima di pubblicare ogni cosa. Arrivano due no comment: da palazzo Chigi e dalla Sapienza.

La notizia apre le prime pagine dei giornali. Il professor Conte fa spallucce, dice che si era pure dimenticato. Dice che era un trasferimento che aveva chiesto, sì, perché aveva un bambino piccolo in un’altra città (quanti pendolari dalle famiglie divise conoscete?). Dice che vabbè, dai, l’esame non lo farà, anche se, certo, dopo aver parlato con Trump, “I improved my English”.

Quello che non dice è se ha davvero rinunciato a concorrere per la cattedra del suo maestro Alpa, perché, nel momento in cui scriviamo, non risulta arrivata alcuna Pec che dimostri che le intenzioni del premier siano quelle dette a parole.

Dire: non vado all’esame perché ho un po’ da fare come premier non significa dimostrare di rinunciare a una cattedra per cui si concorre in modo illegittimo. Le leggi, si sa, sono belle donne da raggirare, quindi è facile immaginare come tutto stia ancora lavorando affinché la linea del tempo ritorni a scorrere com’è giusto che sia, nel mondo a testa in giù.

In ogni caso vale la pena di ricordare che l’incompatibilità si desume dall’art. 6.3 del Regolamento per la chiamata dei professori di I e II fascia della Sapienza, il quale prevede che “non possono partecipare coloro per i quali esistano incompatibilità di legge”.

Le situazioni di incompatibilità sono specificamente individuate dall’art. 13, comma 1, n. 2 d.p.r. 11 luglio 1980, n. 382, il quale prevede la “nomina alla carica di presidente del Consiglio dei ministri, di ministro o di sottosegretario di Stato. Ci sarebbe poi l’art. 97 della Costituzione, in particolare, per il principio di par condicio tra i concorrenti.

E, dearest Mr. President, non è vero che si tratta di un semplice “trasferimento”: è un concorso pubblico bandito ai sensi dell’art. 18, comma 4, della legge 30 dicembre 2010, n. 240. Non è vero che non esiste un conflitto di interessi: la commissione si trova a giudicare un proprio superiore e si trova nella condizione di doversi “astenere dal giudicare” ai sensi dell’art. 51 c.p.c.

Per non parlare della mancata pubblicazione del verbale, che è totalmente illegittima. Ma qui dovrebbe intervenire l’ispettore Giarrusso, quindi stiamo freschi. Eppure, la cosa più grave, restano le parole sussiegose di un signore cui la vecchiaia non ha portato saggezza: il mio allievo è il migliore, la cattedra gli spetta. Di diritto, appunto.

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