Tre mesi di faccia feroce ma alla fine vince Bruxelles

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Salvini e Di Maio sconfitti. E secondo la Fondazione Hume questo gioco dell’oca è costato agli italiani almeno 89 miliardi di euro

Alla fine si è tornati a quello che diceva il ministro Tria ad ottobre, ovvero scrivere una manovra con un deficit all’1,9 percento. Tanti giri di parole per nulla, quindi. Anzi, a dire il vero questo gioco dell’oca qualcosa ha provocato, visto che secondo uno studio della Fondazione Hume sarebbe costato addirittura 89 miliardi tra perdita di azioni quotate e miliardi persi in Btp e Bot (ovvero, risparmi dei cittadini).

Ieri il premier Conte è andato a giocarsi le ultime carte per scongiurare la procedura e il risultato è stato un netto cambio di marcia, con un forte cedimento alle richieste dell’Unione europea. E un primo punto da sottolineare è di natura tecnica. Conte ha detto che i soldi necessari verranno presi dalle “risorse che avevamo messo da parte”. Dunque, la prima questione da capire è: dov’era questo magico tesoretto che ora improvvisamente appare?

Il premier ha assicurato che le due misure-chiave (reddito di cittadinanza e quota 100) non verranno toccate perché dopo le relazioni tecniche si è scoperto che hanno bisogno di meno risorse rispetto a quelle previste inizialmente. Sarà, ma quei 3,6 miliardi di cui parlano tutte le indiscrezioni forse cambieranno il disegno iniziale dei due provvedimenti. Forse si andrà ad uno slittamento dell’entrata in vigore delle due “riforme”. Altre risorse verranno, ha detto sempre Conte, dal piano delle dismissioni; si parla di 3 miliardi. Un classico dei classici che viene tirato fuori in momenti di difficoltà. Assieme a un altro must, quello della maggiore spending review. Bah.

C’è poi un aspetto squisitamente politico. Quanto inciderà questa retromarcia sul peso contrattuale del duo Salvini-Di Maio? È singolare il loro rumoroso silenzio a riguardo. E se è vero che Tria un mese e mezzo fa aveva perso credibilità perché la sua idea di abbassare l’asticella del deficit al 2% fu bocciata tout court dai due leader, è altrettanto vero che un ritorno al 2%, dopo tanto rumore, mette in difficoltà i capi di Lega e Cinque Stelle.

Vedremo più avanti se la mossa di Conte e Tria di aprire a Juncker è stata fatta alle loro spalle, oppure se è stato tutto concordato a tavolino (si ricordi la frase di Salvini: “Non impicchiamoci sui decimali”). L’impressione è che la consegna delle armi da parte del duo gialloverde sia abbastanza consapevole, con un gioco delle parti condotto nelle ultime settimane: da un lato le dichiarazioni al vetriolo sui social, dall’altro parole molto concilianti pronunciate lontano dai riflettori.

Tuttavia, tornando alla partita con Bruxelles, è vero che si parla di buoni progressi, ma il negoziato è tutt’altro che concluso, come ha già detto Moscovici. La Commissione dovrà valutare le tabelle con i nuovi numeri prima di dare un ok definitivo. Il vero problema ora potrebbe spostarsi sulle stime di crescita; nessuno crede che il Pil salirà sarà dell’1,5% visto che tutte le istituzioni parlano dell’1%. Per cui ci ritroveremo magari a maggio a combattere contro una nuova procedura d’infrazione perché verrà fuori che il Pil sarà molto più basso delle previsioni del governo.

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