Il rischio di un premier come Chance il giardiniere

Focus

In “Oltre il giardino” il protagonista Peter Sellers dice banalità che vengono interpretate per profonde verità. Il neo-premier sarà più o meno così?

Giuseppe Conte, se sarà lui, come Peter Sellers? Il rischio c’è. Ricordate Oltre il giardino? Era una bellissimo film della fine degli anni Settanta, protagonista un giardiniere (di nome Chance) di intelligenza sotto la media ma persona garbatissima che ripeteva frasi semplicissime interpretate dagli altri (finanche dal Presidente degli Stati Uniti!) come distillati di saggezza. Il senso del film di Hal Ashby stava tutto, appunto, nel colossale fraintendimento fra ciò che è e ciò che appare condotto fino alle estreme conseguenze politiche: e così quando Chance-Sellers dice al Presidente che “dopo l’inverno verrà la crescita”, quest’ultimo la interpreta come una ottima previsione economica laddove il poveretto intendeva riaffermare una banale legge di natura.

Ora, Giuseppe Conte, che al contrario di Chance pure vanta un bel curriculum, rischia seriamente di fare la parte di Peter Sellers. Non essendo una personalità politica e nemmeno un alto funzionario dello Stato è probabile che ignori come funzionano palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama; non conoscerà i meccanismi politici sostanziali che conducono alla formazione delle decisioni e finanche alle leggi formali; non si raccapezzerà fra i meandri delle infrastrutture politiche e di governo, fra uffici e gabinetti, commissioni e pareri; non sarà esperto delle vicende dei vari partiti e dei loro gruppo dirigenti; non sarà pratico di televisione, giornali, giornalisti: per tacere poi della sublime ignoranza dell’immenso e un po’ kafkiano ambaradan di Bruxelles.

Conte dunque sarà uno Chance il giardiniere di certo più felpato e consapevole ma pur sempre uno Chance: ogni volta costretto a chiedere a Di Maio, Salvini o Toninelli (cioè non esattamente a Nenni, La Malfa, Saragat o Moro): “Scusa, dov’è la sala stampa?”. Conte-Chance sarà costretto a telefonare a Trump, a mandare una lettera a Macron, forse un what’s app alla Merkel, dovrà recarsi al Cremlino, a Dublino, a Pechino, dovrà firmare quintali di carte, dovrà discutere con gli industriali, litigare con i sindacati, dovrà decidere se chiudere l’Ilva, se spendere in deficit, se aumentare l’Iva, se ridurre le tasse, se accogliere i profughi, se criticare Israele, se replicare al Corriere, se andare da Mentana, se parlare a un comizio, se recarsi dai terremotati, dagli alluvionati, dai disoccupati, se riformare la scuola, se assumere insegnanti, se cambiare il Cda Rai, se puntare sull’ambiente, se lottare la camorra, se riaprire a sinistra, se chiudere a destra, se fare il conflitto d’interessi, se inaugurare una mostra, se parlare bene di un film, se andare allo stadio e tutto quanto rientra nelle competenze formali e sostanziali di un presidente del Consiglio.

Già, diventare premier da un giorno all’altro: può essere piacevole come un bel sogno in una notte d’estate, oppure può rivelarsi un incubo. Si può sempre sperare di essere Peter Sellers, però.

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