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La mandrakata e le minacce. Tutte le castronerie di un governo alla deriva

Non ci si crede. A mettere in fila una dopo l’altra le castronerie venute in sole ventiquattrore da due dei principali esponenti di punta del governo gialloverde si fatica a credere ai propri occhi. Perché in poche ore il presidente del Consiglio e il ministro degli Interni si sono esibiti in due memorabili schiaffoni alla legalità e alle istituzioni della nostra Repubblica.

Il primo e più goffo è venuto da un Giuseppe Conte sottratto per qualche minuto all’oblio nel quale lo hanno confinato Di Maio e Salvini e sorpreso mentre tentava quella che Gigi Proietti avrebbe definito una “mandrakata”. Un trucco costruito bene, va detto: trovatosi rocambolescamente ad occupare Palazzo Chigi, il professor Conte aveva pensato di cogliere l’occasione per apparecchiarsi un importante passo avanti nella carriera accademica. Si predisponeva dunque a partecipare alle prove previste da un concorso a cattedra, come se non si trovasse nella posizione di colui dal quale dipendono in ultima istanza le decisioni del governo sul sistema universitario (e dunque anche sull’università presso la quale voleva essere assunto come ordinario).

Una clamorosa violazione del conflitto d’interessi – sanzionata dalla legge italiana, che pure sul tema è fragile e lacunosa – oltre che del rispetto verso la carica istituzionale. Dobbiamo a Politico Europe, testata non italiana, la rivelazione della furberia.

E se in paesi diversi dall’Italia la sola pubblicazione della notizia avrebbe indotto a rapide immediate, il professor Conte ha continuato a fischiettare anche se sorpreso con le mani nella marmellata: tirando in ballo la prole (“Volevo trasferirmi da Firenze a Roma per mio figlio”, ma il concorso non era un trasferimento), mentendo sulle ragioni della rinuncia a cui è stato costretto dalla stampa internazionale (“impegni pregressi mi impediscono di partecipare”), recitando la litania sempreverde della “vittima a sua insaputa”.

Alla goffa furbizia di Conte ha fatto da controcanto la ben più inquietante reazione di Salvini alla sentenza del Riesame di Genova sulla truffa dei 49 milioni: a memoria della Repubblica, non si era mai visto un Ministro degli Interni capace di reagire ad una sentenza ostile con minacce alla magistratura e con il richiamo autoassolutorio alla propria popolarità. Perché ove anche la Lega di Salvini fosse arrivata al 90% (non dei sondaggi ma dei consensi elettorali), questo non dovrebbe in alcun modo svincolarla dall’obbligo di rispettare qualsiasi sentenza. Per non dire dell’intimidazione alla magistratura di Genova, fatta oggetto non di critiche di merito ma della precisa accusa di essere mossa da obiettivi rivolti alla persecuzione di un partito politico e dunque alla diversione del libero confronto democratico. Un’accusa già di per sé strampalata ma doppiamente cupa perché proveniente da chi detiene le chiavi e la responsabilità del controllo dell’ordine pubblico, oltre a rappresentare un messaggio devastante per il senso della legalità nel nostro paese.

Dal governo in poche ore una maldestra furbizia e una temibile bastonata alla legalità e al senso delle istituzioni. Naturalmente nel silenzio di quel partito (il Movimento Cinque Stelle) che sulla legalità ha condotto infinite campagne di propaganda, salvo ritrovarsi senza voce quando quella stessa legalità dovrebbe essere concretamente difesa.

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