Il plebiscitarismo 4.0 del “contratto”

Focus
Di Maio Salvini Bacio

Il modello di democrazia che emerge dal contratto tra Lega e 5 stelle ha l’inconfondibile sapore dell’autoritarismo e vede Putin come esempio su cui puntare

Dalla democrazia rappresentativa a quella plebiscitaria. E’ chiara la modalità del “governo del cambiamento”, relativamente al modello di democrazia da attuare.

Se si incrociano le cose scritte, e quelle non scritte, emerge un quadro molto chiaro: il tentativo della nascente coalizione “giallo verde” è quello di archiviare la democrazia rappresentativa e liberale, e di sostituirla con una sorta di “plebiscitarismo 4.0” nel quale tutto il potere viene concentrato nei vertici dei partiti, con un Parlamento svuotato, nel quale l’introduzione del mandato imperativo trasforma i rappresentanti del popolo in silenti esecutori di ordini stabiliti nel “Gran Consiglio del Sovranismo” che
soppianta il Consiglio dei Ministri come luogo di impulso, sintesi e coordinamento delle decisioni.

Le cose scritte nel “Contratto” parlano quindi di una nuova democrazia di vertice, con i capi dei partiti ai quali tutto è demandato, che bypassa completamente i luoghi della mediazione e della rappresentanza e che si rivolge al “popolo” secondo modalità prive di garanzie e di legittimazione, dalla gazebata in piazza al voto digitale (tracciabile e manipolabile) sulla piattaforma Rousseau.

Popolo che ha di fronte solo una opzione: sottoscrivere e confermare le decisioni assunte dai capi nel nuovo direttorio. Le cose non scritte dicono che , invece, tutto quello che è rappresentanza, corpo intermedio, autonomia funzionale viene spazzato via come un vecchio arnese. Non una parola sui Comuni, sul loro ruolo, sulla loro modernizzazione. Non un riferimento agli enti locali, e a alla loro natura di soggetti decisivi per la coesione sociale e territoriale.

Silenzio tombale sul Mezzogiorno, sulle aree interne, sulle periferie e sul futuro delle politiche di coesione. Per i nuovi padroni del vapore lo sport e il commissariamento del Coni sembrano decisamente più importanti della democrazia locale, o della rappresentanza sociale e del modo con il quale stabilire un criterio moderno di raccordo tra istituzioni democratiche e corpi intermedi.

Il duo Di Maio-Salvini , insomma, pensa di risolvere la crisi della rappresentanza semplicemente con una fortissima spinta alla verticalizzazione dei poteri, delle decisioni e delle scelte, che vengono portate totalmente al di fuori delle sedi della democrazia rappresentativa per essere concentrate all’interno di partiti per i quali continua ad essere disatteso il precetto di democrazia interna e di trasparenza sancito dall’articolo 49 della Costituzione.

Lo diciamo, perché da un lato è nostro dovere denunciare la torsione in atto della qualità della vita democratica nel nostro paese (magari anche per sopire dal loro sonno le anime belle che, dopo il 4 dicembre 2016, immaginavano risolto il loro compito di vestali della libertà e della democrazia in Italia), e dall’altro perché questo tema costituisce una cifra dell’alterità e dell’alternatività del Partito Democratico e del centrosinistra rispetto a questa proposta di governo che sta per partire.

Il modello di democrazia che emerge dal contratto tra Lega e 5 stelle ha l’inconfondibile sapore dell’autoritarismo, e vede stagliarsi in filigrana la figura di Putin come esempio al quale puntare. Del resto, non è Tocqueville l’ispiratore del nuovo governo, ma il Rousseau del potere assoluto al popolo senza intermediari e unico detentore della sovranità non delegabile.

Un motivo in più, e non certo dei più banali, per mettere in campo un’altra idea, e creare una “Unione Repubblicana” attorno a questi temi per la salvaguardia della democrazia rappresentativa e liberale e per impedirne la sua involuzione in bonapartismo digitale o in autocrazia dal sapore orientale.

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