Quell’idea delle istituzioni confusa e pericolosa

Focus

Obiezioni pesanti alle proposte istituzionali presenti nel “contratto” giallo-verde

Anche la nuova coalizione ha una parte del programma di Governo dedicata alle riforme istituzionali come avviene da decenni e questo va benissimo per noi, va un po’ meno bene per quelli che hanno sostenuto durante il referendum che invece l’esecutivo avrebbe dovuto solo assistere a iniziative parlamentari, compresi alcuni sostenitori dell’attuale maggioranza.

Tuttavia l’idea complessiva è confusa e, nella confusione, non si può non essere anche preoccupati.

Il rapporto Stato-Regioni sembra andare benissimo, il Titolo Quinto non si discute; si tratta solo di applicare il regionalismo differenziato. Sicuri sicuri? Nessun problema di poteri di veto, di eccessivi divari territoriali? Il Parlamento non va differenziato, ma solo smagrito sia quantitativamente sia qualitativamente: sul quantitativo può avere senso, ma si sono calcolate le conseguenze sulla rappresentanza a legge elettorale invariata?

I collegi uninominali già grandissimi vedrebbero crescere di un terzo l’elettorato, quasi un milione di abitanti al Senato! Qualitativamente va ancora peggio: va bene abbassare il quorum per il referendum abrogativo, ma eliminarlo del tutto? Poche migliaia di elettori basterebbero su ad abbattere una qualsiasi legge. E l’introduzione di un referendum propositivo senza chiari limiti? Lo vorrebbero fare
anche sulle revisioni costituzionali?

Infine due punti particolarmente confusi.

Anzitutto si invocano forme di mandato imperativo non ben chiarite per combattere il trasformismo. Ora, se si tratta di disincentivare quest’ultimo il rimedio principale è già noto ed è vigente al Senato, ossia la corrispondenza tra gruppi e liste presentate.

Non è imperativo perché il singolo eletto può spostarsi, ma questa garanzia minima di indipendenza non può essere negata neanche con revisione costituzionale perché è una caratteristica indispensabile delle democrazie liberali. Altrimenti per evitare il trasformismo non si rendono gli eletti responsabili verso gli elettori ma dipendenti dai vertici di partito.

Bisogna anche tenere conto che il diritto ha dei limiti: come si regolano i casi in cui un partito si scinde? Se il Pci si divide tra Pds e Rifondazione e il Pdl tra Forza Italia e Ncd ci sono dei trasformisti o forse sostenitori di tesi diverse tra gli eletti e tra gli elettori? Per inciso va anche detto che i Paesi che pongono limiti rispetto ai gruppi sono anche quelli che hanno il vincolo costituzionale di democraticità interna dei partiti e una legislazione ordinaria conseguente e piuttosto penetrante.

Secondo. Si invoca (tra i punti ancora aperti) una riforma dell’articolo 81 per chiedere più flessibilità rispetto agli andamenti del ciclo economico, ma il testo la prevede già. La si vuole svincolare del tutto da tetti e parametri? Ma così facendo si crea un doppio effetto paradossale: il primo è di violare il fiscal compact in cui i Paesi contraenti hanno preso l’impegno di inserire quei limiti nell’ordinamento interno in fonti superiori alla legge; il secondo è però che quei vincoli sarebbero comunque vigenti perché previsti dai Trattati.

Si sarebbe comunque sanzionabili nell’Unione europea e, a causa di questo, non si ridurrebbe neanche il potere di rinvio presidenziale perché ad esso basterebbe il fondamento degli articoli 11 e 117.1 a cui l’81 non aggiunge granché.

Alla fine anche da questa ultima notazione emerge il problema principale, quello di non aver capito che per un Paese con alto debito, che esporta molto e che è Paese di arrivo per l’immigrazione, sia il diritto sia la politica dovrebbero lavorare per riformare sì i Trattati ma con più Europa, non con meno.

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