Contro l’eccesso di memoria. La ricetta di Yehoshua

Focus

Il grande scrittore israeliano e le metafore del suo ultimo romanzo, “Il tunnel”

Per un popolo come quello ebraico che ha nel suo dna il culto della memoria, che della memoria addirittura fa la leva della sua avventura nella Storia, un’affermazione come quella di Abraham Yeohoshua in una recentissima intervista al Corriere della Sera è davvero rivoluzionaria. “Dobbiamo diminuire l’intensità della memoria. Che non significa dimenticare; significa guardare le cose che abbiamo intorno. Uscire dalla trappola dell’identità”. Secondo il grande scrittore israeliano, quello che dei tre giganti – lui, Oz e Grossman – personalmente amiamo di più, il problema degli ebrei oggi è appunto una sorta di eccesso della memoria, quasi un invito a razionalizzare tutto ciò che per quella cultura (e non solo per essa)  è sempre sfuggito non alla mente ma alla Ragione, la diaspora, la Shoa. Di qui anche una presa d’atto politicamente realistica (tanto più dopo l’ennesima vittoria di Bibi Netanyahu) con l’abbandono della tradizionale linea dei democratici “due popoli due Stati” in favore della politicissima acquisizione che lo Stato è uno solo, e al suo interno convivono pacificamente arabi e ebrei. Dunque si tratta di sfuggire alla “trappola dell’identità”: che detto da un intellettuale israeliano suona effettivamente come una svolta clamorosa, e in un certo senso anche a qualcosa che assomiglia a una serena sconfitta.

Yehoshua, 82 anni, arriva a questa conclusione che pare definitiva dopo un lunghissimo itinerario umano, politico, intellettuale. Preoccupatissimo da decenni del sempre immanente scontro dì civiltà fra ebrei e arabi, in preda ad una sorta di incredulità dinanzi alla difficilissima, quasi impossibile, convivenza fra i due populi, il grande romanziere è passato in questi lunghi anni dai tormenti dei primi capolavori, L’amante, Un divorzio tardivo, Il signor Mani alla successiva meditazione filosofica (“Viaggio alla fine del Millennio”) a punte di relativo ottimismo (“Ritorno dall’India”), di nuovo a cadute drammatiche (“La sposa tradita“, anche “Il responsabile delle risorse umane”) agli ultimi lavori venati di vita e aperti a nuovi interrogativi non “stretti” nella vicenda del suo Paese (da “La scena tagliata” a “La comparsa”).

Le curve del percorso letterario di Yehoshua hanno in un certo modo seguito gli alti e bassi di Israele, fino appunto all’ultimo “Il tunnel” (anch’esso Einaudi come tutti gli altri), romanzo inquietante e filosoficamente intrigante.

Il protagonista è un ingegnere ormai in pensione al quale la memoria sta sfuggendo ma che si ritrova impegnato a co-progettare una strada nel sud d’Israele che lo induce a immaginare la costruzione di un tunnel sotto un collinetta. Ovviamente il tunnel è l’alternativa alla distruzione della medesima collinetta, un simbolo di compromesso se non di pace, anche per perché su quella collinetta vivono dei misteriosi arabi. Ma, intreccio a parte, il vero soggetto del romanzo è la progressiva, incipiente perdita della memoria. Luria, il protagonista, ne è consapevole e per così dire si appresta a gestire quello che evidentemente è un dramma: il tatuarsi sul braccio del codice dell’antifurto della propria auto è qui il contrario di ben più tragici tatuaggi sulle braccia degli ebrei: è la salvezza per governare il mondo. L’alleggerimento della memoria, come lo scrittore ha detto al Corriere della Sera, può dunque diventare l’arma vincente per il popolo ebraico – non per il mondo, però, avverte lui stesso – in quanto può rappresentare uno schermo non falsato, al contrario, per gestire la realtà di oggi. Un modo per aggirare i fantasmi del passato essendone certo coscienti ma non più prigionieri. Così si superano decenni se non secoli di oppressione dell’anima ma in modo “laico” e razionale, nella convinzione che meglio sono i tunnel, passando “sotto” le contraddizioni della Storia, senza più sbatterci contro.

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