Ecco perché la protesta di Wikipedia Italia sul copyright è infondata

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L’Europarlamento precisa: “Le enciclopedie online escluse dalle nuove norme”. La protesta è per difendere la libertà o lo strapotere dei giganti del web?

La decisione di Wikipedia Italia è di quelle clamorose, oscurare il sito fino a giovedì come forma di protesta contro la nuova direttiva europea sul copyright, in votazione a Strasburgo lo stesso giorno. La motivazione del gesto eclatante è che “se la proposta fosse approvata, potrebbe essere impossibile condividere un articolo di giornale sui social network o trovarlo su un motore di ricerca. Wikipedia stessa rischierebbe di chiudere”.

Una posizione però smentita, in maniera altrettanto clamorosa, dallo stesso Parlamento europeo, che in un comunicato stampa ha fatto sapere che “Wikipedia e le enciclopedie online sono “automaticamente escluse” dai requisiti imposti dalle nuove regole Ue sul copyright”.
Un’eccezione, precisa l’Europarlamento, tra l’altro condivisa anche dagli Stati membri, che l’hanno adottata come posizione comune.

E in effetti, a leggere il rapporto Voss votato a Strasburgo in commissione Affari giuridici, il testo recita all’art. 2, a proposito della definizione di “Provider di servizi che condividono contenuto online”: “I servizi che agiscono con scopo non commerciale come le enciclopedie online, e i provider di servizi online dove il contenuto è caricato dai propri utenti sotto autorizzazione di tutti i proprietari di diritti interessati, come i depositi didattici o scientifici, non devono essere considerati provider di servizi che condividono contenuto online”, e ancora “Provider di servizi cloud […] che non offrono accesso diretto al pubblico, software open source per lo sviluppo delle piattaforme, e mercati online […] non devono essere considerati provider di servizi che condividono contenuto online”.

È evidente dalla definizione come quindi si escludono, in modo inequivocabile, i servizi come Wikipedia, Dropbox e software opensource. I provider interessati, fanno sapere fonti da Strasburgo, saranno solamente quelli che agiscono con scopo commerciale ed in modo attivo, ottimizzando/indicizzando i contenuti caricati dai propri utenti.

E a proposito delle censure e dei filtri, le stesse fonti fanno notare che nel testo dell’ultimo compromesso, all’art. 13, venga specificato il rifiuto di censure indiscriminate.

La libertà della Rete non sarà messa in alcun modo in pericolo – riferisce chi ha lavorato al rapporto -: ma ovvio, se per libertà si intende poter usufruire di materiale altrui senza riconoscerne una dovuta remunerazione per l´utilizzo e il business che se ne ricava, allora dobbiamo riconoscere che stiamo parlando di altro, non di libertà. Il lavoro si paga, sennò è sfruttamento illecito”.

La domanda che risuona da Strasburgo, a proposito della protesta di Wikipedia (a cui subito ha fatto da cassa di risonanza in Italia, guarda caso, il Movimento cinque stelle), è la seguente: “Siamo per l’uguaglianza, per il riconoscimento dei giusti diritti, per la trasparenza, per un corretto equilibrio tra il mercato, il futuro e i diritti dei lavoratori o per lo strapotere dei giganti del web che non devono essere sottoposti alle regole, alle leggi, alle tasse come ogni altro cittadino ed ogni altra impresa?”.

All’attacco di Wikipedia va il presidente dell’associazione degli editori europei dell’Enpa, Carlo Perrone, che in una nota scrive:”Il voto all’Europarlamento va ben oltre il copyright e riflette un dibattito più profondo che copre non solo la libertà di stampa ma anche il funzionamento delle nostre democrazie, che sono minacciate non solo attraverso la sostenibilità economica della stampa ma anche da inaccettabili campagne fuorvianti condotte dalle piattaforme per influenzare gli europarlamentari”.

E l’europarlamentare del Pd Nicola Danti spiega: “Il testo che sarà votato giovedì esclude esplicitamente i servizi che non agiscono per scopi commerciali come le enciclopedie online, i depositi scientifici e culturali, i fornitori di servizi di cloud storing (Dropbox) e tutti gli altri servizi dove i contenuti sono caricati con l’autorizzazione dei titolari di diritti interessati (compromesso 2, Art. 2 (5), punto 4). Non si può spacciare per libertà la facoltà delle grandi piattaforme di fare enormi profitti sui materiali altrui. La libertà della rete non sarà in alcun modo messa a repentaglio”.

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