“Così il decreto sicurezza ha creato più insicurezza”

Focus

Intervista a Beppe Diana, medico chirurgo volontario che opera con la Ong Rainbow for Africa

Beppe Diana è un medico chirurgo volontario, palermitano, opera per conto di Rainbow for Africa, una ONG che si occupa prevalentemente di sviluppo sanitario, assistenza medica e chirurgica nei paesi africani e nei paesi “in difficoltà” come ad esempio la Palestina. E’ una ONG che, non potendo restare indifferente alle sofferenze di quanti cercano di trovare una via per sfuggire a guerre malattie e povertà, ha portato il suo impegno in più luoghi: nelle isole greche di fronte alla Turchia per assistere quelli che volevano intraprendere la via balcanica, prevalentemente siriani ma anche afgani, iracheni, pakistani. Oppure prestando assistenza sanitaria su una nave che raccoglieva naufraghi migranti nel Mediterraneo. Da oltre un anno Rainbow è anche sulle Alpi, prima a Bardonecchia ora a Oulx, per intercettare i migranti che vogliono passare in Francia attraverso i valichi e cercare di dissuaderli, spiegando i pericoli – anche mortali – cui vanno incontro. Ed è da lì che mi parla Beppe, dopo essere stato un po’ ovunque con la ONG in Africa, adesso è uno dei medici che presta assistenza volontaria a Oulx.

Cosa accade a chi scappa dalla propria terra in Africa, perché scappano?
Scappano prevalentemente dalla violenza perpetrata da Boko Haram in Mali, in Nigeria, in Niger, in Camerun, in Ciad. O dalle lotte tribali spesso incentivate da noi occidentali in Sudan e in SudSudan. O dalla miseria nella quale si ritrovano quando sono costretti a inurbarsi perché scacciati dai loro villaggi, o dalle loro terre, mai catastate e vendute dagli Stati ad aziende straniere. In Etiopia ho visto chilometri quadrati di serre olandesi o di canna da zucchero o di soia di aziende canadesi, cinesi, italiane. Il viaggio spessa dura anni. Le frontiere africane sono porose ma passato il confine bisogna trovare il modo di proseguire e per farlo occorrono soldi. Generalmente lavorano come schiavi (letteralmente) per qualcuno che poi li vende a qualcun altro che gli farà attraversare un’altra frontiera e tutto si ripeterà così fino in Libia.

Cosa accade in Libia?
In Libia succede la stessa cosa con la variante finale della prigione, necessaria ai libici per chiedere soldi alla famiglia del migrante cui inviano le immagini delle torture cui li sottopongono. Il tipo di tortura varia in ragione del genere di appartenenza e credo sia inutile che racconti cosa succede alle donne. Gli aguzzini libici, fanno così il doppio affare ricevendo soldi dalle famiglie, o meglio dalle tribù di appartenenza dei prigionieri, e dagli scafisti cui li vendono per il viaggio finale verso le nostre coste. Viaggio che avviene in ogni caso purché arrivi il denaro. Cioè vengono sospinti in mare indipendentemente dal fatto che ci sia qualcuno a raccoglierli: che muoiano o no non è affare loro. La differenza la notiamo noi. Se c’è qualcuno pronto a salvarli ne muoiono meno. Ma da noi qualcuno fa finta di non saperlo e, quando se ne salvano di più, dicono che aumentano gli sbarchi e che le ONG sono un motivo di attrazione per i migranti.

Cosa potrebbe fare l’Italia in merito a quel che accade in Libia?
Occorre essere realisti. L’Italia, da sola, in Libia ha ben poco da fare relativamente a questo problema. Né può fare qualcosa l’Europa. Pure se si potessero fare accordi con una o due fazioni, tutte le altre griderebbero all’invasione straniera e dichiarerebbero lo stato di belligeranza. Però l’Italia può avanzare una proposta, il governo italiano non può limitarsi a mandare indietro le navi né l’opposizione a cadere nel tranello continuo di Salvini del finto balletto nei porti. Dobbiamo proporre una soluzione in sede internazionale, non solo europea. I campi di detenzione libici potrebbero, dovrebbero essere di pertinenza UNHCR che è struttura organizzativa delle Nazioni Unite. Dico, proprio organizzati e gestiti, cosa diversa da saltuarie e preannunciate ispezioni come accade oggi: sono del tutto inutili. E da campi di detenzione diventare campi d’attesa per il trasferimento in Europa in relazione ad accordi interni ai Paesi UE da sottoscrivere in modo condiviso. Ecco, se penso a una battaglia e a una proposta per le prossime europee questa potrebbe essere una..

Cosa sta provocando il decreto sicurezza di Salvini?
Il decreto cosiddetto “sicurezza” ha aumentato l’insicurezza. Non vale più essere integrati grazie al funzionamento dei programmi di protezione per i richiedenti asilo. E non vi sarà più la formazione per un successivo inserimento sociale o lavorativo. La maggior parte di quelli ospitati nei vari campi, cacciati via ingrosseranno le file degli sbandati con tutte le conseguenze del caso anche sul piano delle condotte individuali.

In questo momento sei al confine con la Francia, cosa sta accadendo?
Cerchiamo di dissuadere coloro che vogliono valicare in mezzo alla neve a quindici gradi sotto zero, ma adesso non abbiamo più da offrire la motivazione che in Italia l’assistenza ai migranti è migliore che in molti dei paesi europei. Così, a parte curarli per le patologie da freddo e vestirli al meglio, i nostri tentativi di dissuaderli dall’andare incontro a ulteriori indicibili sofferenze sono armi spuntate. Non solo, ci aspettiamo un aumento del numero dei valichi clandestini come frutto della dispersione dei tantissimi cacciati via dai centri di accoglienza e alla ricerca di un posto nel quale vivere con un minimo di dignità.

La nostra Italia, la nostra Europa è fatta dai tanti Beppe, – medico chirurgo palermitano che da anni ha preferito non stare nel caldo della sua casa e andare laddove ci sono pericoli, fame, guerra e malattie – che in modo disinteressato pensano che la vita sia anche aiutare gli altri.
Tutti coloro che eliminano dalle loro vite la solidarietà, per timore di coloro che “se ne approfittano, lucrandoci”, in fondo, è perché non ne son capaci, di solidarietà. Tutti coloro che urlano “prima i nostri poveri” io non li ho mai visti a soccorso di nessuno, nemmeno dei “nostri poveri”.

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