Così il governo vuole disinnescare il referendum sui voucher

Focus

Si rafforza l’ipotesi di intervenire via decreto

Sono ore decisive per il futuro dei voucher: il governo assieme alla maggioranza parlamentare è al lavoro per disinnescare (o quantomeno depotenziare) il referendum promosso dalla Cgil. E all’orizzonte si profila l’ipotesi di un decreto legge.

La Commissione lavoro della Camera sta lavorando a ritmi serrati su un testo unico – una sintesi delle otto proposte di legge – che dovrebbe essere pronto per mercoledì prossimo. Un testo che va nella direzione anticipata ieri dal ministro Giuliano Poletti, cioè lasciare fuori le imprese dall’uso dei buoni lavoro, riservando quest’ultimi alle sole famiglie.

Tuttavia, le diverse settimane a disposizione del Parlamento per legiferare e disinnescare il referendum – che come prevede la legge dovrà svolgersi entro il 15 giugno – potrebbero non essere sufficienti a mettere d’accordo tutte le forze politiche in gioco. Con pezzi del centro-destra che non condividono l’ipotesi di escludere le imprese, e con un M5S confuso (un giorno si dichiara a favore dell’abolizione, un altro propone un testo di modifica simile a quello del Pd). Peraltro è ormai chiaro che il Movimento di Grillo voterà contro qualsiasi testo provenga dal governo. A prescindere. E poi ci sono gli ostacoli di Palazzo Madama il cui iter, secondo quanto spiegato oggi all’Huffington Post dal senatore Maurizio Sacconi, andrebbe incontro a “un’ampia aria di dissenso, sia nella maggioranza che tra le fila dell’opposizione”.

Per questo si rafforza l’ipotesi di intervenire via decreto. La conferma arriva anche dalla deputata dem Patrizia Maestri, relatrice del provvedimento in Commissione Lavoro: “Il fattore tempo avrà certamente la sua importanza – dice – e con un decreto si potrebbe andare molto più veloci”.

Ma la partita è delicata. Per muoversi in questa direzione, infatti, occorre una compattezza politica che al momento sembra non esserci.

E senza un consenso unanime delle forze parlamentari, un ruolo rilevante potrà assumerlo chi ha promosso il referendum abrogativo, ovvero la Cgil. In sostanza basterebbe che il sindacato guidato da Susanna Camusso evitasse di alzare le barricate su questo strumento: una “non ostilità” – ad esempio non scendendo in piazza – renderebbe politicamente molto più percorribile la strada del decreto.

In questa logica, sarà rilevante l’incontro tra governo e sindacati previsto per martedì 6 marzo. Il ministro Poletti, in quell’occasione, potrebbe infatti trovare un’intesa su cui basare il provvedimento, che in questo modo diventerebbe più “digeribile” da parte della Cgil. E un’apertura in questa direzione è arrivata in serata dalla stessa Camusso che a Skytg24 ha detto: “È chiaro che se i voucher tornassero soltanto a essere usati dalle famiglie si arriverebbe molto vicino a quello che abbiamo sempre proposto”.

Disinnescare completamente la consultazione popolare sarà comunque piuttosto difficile: è improbabile un passo indietro da parte del comitato promotore dopo che si è messa in moto l’intera macchina organizzativa (soltanto ieri la Cgil ha dichiarato l’intenzione di mobilitarsi l’8 aprile con una manifestazione in Piazza del Popolo a Roma per sostenere il quesito referendario).

Con un decreto però le cose cambierebbero: in quel caso, l’ufficio centrale della Cassazione dovrebbe valutare la corrispondenza tra la nuova norma e il quesito originario. E anche se la Consulta non dovesse respingere il quesito, la Cgil potrebbe avere tutto l’interesse nel ritirare il referendum, rivendicando comunque una vittoria e usando il refrain “siamo riusciti a correggere gli abusi”, cosa peraltro vera, in parte. Al contrario, con l’eventuale decreto che depotenzierà i voucher, per la Cgil portare la gente a votare (e raggiungere il quorum necessario) diventerà molto complicato, se non impraticabile.

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