Crediti deteriorati e politica fiscale: anche per i risparmi superare l’austerità

Focus

L’unica cosa che può far precipitare ulteriormente la situazione in risposta alla crisi

Restituire centralità alle politiche fiscali per dare una spinta alla crescita non è una vana ossessione di politici e economisti. Al di là degli effetti positivi che la crescita economica ha su posti di lavoro, salari e consumi, vi sono moltissimi altri canali attraverso cui l’aumento del Pil dispiega i propri effetti positivi sull’economia.

Un settore che potrebbe beneficiare fortemente di questo aumento sono le tanto discusse sofferenze bancarie (o “crediti deteriorati”), ovvero quei mutui, finanziamenti o prestiti erogati da una banca a imprese e cittadini la cui riscossione diviene incerta sia in termini di ammontare che di scadenza. È facile capire perché, in periodo di crisi, imprese e cittadini facciano fatica a ripagare i debiti contratti in tempi più favorevoli: il calo della produzione di beni e servizi impatta negativamente sull’occupazione, sui consumi e sull’inflazione, deteriorando a sua volta la capacità di spesa da parte dello stato che invece dovrebbe attuare politiche anti-cicliche e sostenere la domanda aggregata.

Al contrario in un periodo di sostenuta crescita economica si osserva bassa disoccupazione, moderata crescita dei prezzi e stabilità del settore produttivo e finanziario. I tassi di fallimento restano bassi e imprese e privati riescono senza particolari problemi a far fronte ai loro debiti; la redditività migliora e i crediti deteriorati diminuiscono gradualmente.

In una fase di espansione lo Stato ha meno vincoli di bilancio grazie al fatto che le entrate tributarie aumentano al crescere dell’economia e la dinamica dei salari e dei prezzi migliora, a sua volta impattando positivamente sul profilo di sostenibilità del debito pubblico. Un circolo virtuoso di questo tipo può trasformarsi facilmente in una spirale viziosa in periodo di crisi: tassi di crescita con il segno meno si convertono rapidamente in alti livelli di disoccupazione e le condizioni produttive e finanziarie peggiorano fino a far affiorare lo spettro della deflazione.

In risposta alla crisi c’è solo una cosa che può far precipitare ulteriormente la situazione: l’austerità, ovvero quell’insieme di politiche di bilancio restrittive che puntano a ridurre il deficit dello Stato tagliando la spesa, con l’unico effetto di imbrigliare la crescita potenziale e, di conseguenza, la capacità di ripagare i debiti da parte di cittadini e imprese.

La politica fiscale e la politica monetaria, in questo contesto, rappresentano i principali strumenti su cui agire per invertire la rotta. Nell’ultimo decennio una politica monetaria particolarmente accomodante, grazie a tassi d’interesse prossimi allo zero e misure non convenzionali come il Quantitative easing, ha limitato i danni della recessione su tessuto produttivo e crescita.

Non si può dire altrettanto, invece, delle politiche fiscali: diversi paesi hanno reagito alla crisi con una sempre maggiore austerità fiscale (voluta, in Germania o imposta, come in Grecia) con le conseguenze negative su lavoro e salari che tutti conosciamo. L’Italia, in questo contesto, è stata in grado di intraprendere un percorso di graduale miglioramento dei conti pubblici: la timida crescita economica osservata per la prima volta nel 2014 si sta rafforzando (+1,4% la previsione per il 2017), grazie al mix di riforme strutturali e leve congiunturali introdotte nell’ultimo triennio.

Nel settore finanziario, tuttavia, persistono significative quote di crediti in sofferenza accumulate negli anni: 270 miliardi di euro, pari al 16% del credito complessivo, contro una media a livello europeo che si attesta al 5,4%. I crediti deteriorati gravano eccessivamente sui tassi di redditività dei nostri istituti bancari (i più bassi in Europa), disincentivando ulteriormente l’erogazione di credito a famiglie e imprese.

Come più volte ribadito dalla Banca d’Italia è sbagliato affermare che il problema dei crediti sia un’emergenza per l’intero sistema bancario: il tema è serio ma gestibile attraverso un chiaro inquadramento e una supervisione efficace. La politica fiscale può e deve giocare un ruolo fondamentale nel processo di rilancio dell’economia, anche tollerando livelli di moderato disavanzo come proposto a più riprese dal segretario del Partito democratico.

È quindi necessario trovare spazio fiscale per stimolare una ripresa strutturale degli investimenti e dei consumi, e a tal fine è essenziale poter contare su un solido sistema finanziario. Solo attraverso una significativa crescita reale sarà possibile smaltire progressivamente le sofferenze delle banche che ostruiscono i canali del credito. Solo continuando sulla strada delle riforme, nel solco di quelle tracciate nell’ultimo triennio, si potranno rafforzare i segnali di ripresa e tornare a tassi di crescita sostenuti.

 


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