Nessuno sta parlando di crescita. Tranne noi

Focus

A partire dal governo Renzi in poi, per il sistema industriale abbiamo messo in campo una efficace azione di sistema

Come si salva un’impresa e se ne sostiene il riposizionamento? Come si favorisce il lavoro e l’occupazione di qualità e si incoraggia la competitività di un sistema-paese a partire da un tavolo di crisi? E con quali parole d’ordine dobbiamo essere capaci di rilanciare in Europa un confronto per una Unione che abbia al centro non  tecnocrazie e occhiuti ragionieri ma la crescita economica, la qualità delle imprese e dei tessuti imprenditoriali, il benessere delle popolazioni, la coesione sociale?

Queste domande non sono state, come meritavano e  avremmo voluto, al centro di questa campagna elettorale più attraversata  da fantasmagorie e ismi di tutti i generi che da un confronto tra forze politiche e con le rappresentanze sociali sulle “cose concrete”, la carne e il sangue del Paese. Nostro malgrado. Essendo, noi, l’unica comunità politica, l’unico partito rimasto in questo Paese come organismo strutturato e riconoscibile, ad aver definito e proposto un programma centrato su giustizia sociale e sviluppo economico, a partire da quello che abbiamo fatto per obiettivi ambiziosi, certo, ma credibili, fattibili, realizzabili, misurabili.

La gestione dei tavoli di crisi

Basterebbe guardarsi intorno, nel grande come nel piccolo,  per verificare infatti come la gestione dei Tavoli di crisi in questi anni a partire dal 2014 (ben 1.250 accordi conclusi al Ministero del Lavoro e 175 Tavoli conclusi al Mise) abbia rappresentato un pezzo delle politiche industriali del Governo, abbia fatto emergere indicazioni utilissime (a volte anche una riflessione ormai ineludibile sulla rappresentanza), sia stata banco di prova – in moltissimi casi riuscito – degli strumenti finalizzati al riposizionamento competitivo messi in campo. Dicendoci molto del tessuto economico del nostro paese, delle sue luci ed ombre: le sue pigrizie (spesso e volentieri all’ombra dello Stato) e le sue eccellenze, le sue furbizie e la sua tenacia, la sua determinazione e la sua acquiescenza, la paura del nuovo e il coraggio di osare. Temi su cui dovremo necessariamente tornare a riflettere.

Un lavoro di cui andare orgogliosi, dunque, e tra i motivi di orgoglio includo anche l’enorme capacità di pazienza che un Tavolo comporta: pazienza e nervi saldi per “guadagnare tempo” e condurre le parti a un’intesa soprattutto quando è già praticamente assodata l’indisponibilità al confronto.

Embraco

Per questo continuo ad augurarmi che per Embraco, e per tutti i casi in cui l’indisponibilità imprenditoriale è annunciata e sbandierata, sia possibile tornare al Tavolo. Leggo di spiragli flebili e naturalmente mi auguro che si rafforzino e si concretizzino. Anche a conferma di una responsabilità d’impresa di cui non ci si può vantare senza essere capaci al momento giusto di dimostrare.  In caso contrario, l’obiettivo del prossimo Governo non potrà che essere la reindustrializzazione dell’area per dare risposte serie, credibili, concrete, a quel territorio e a quei lavoratori.

Gli strumenti a disposizione intorno a cui costruire il confronto oltretutto non mancano, e sono ben diversi da regalìe e mance generose di un tempo perché proprio noi, a partire dal Governo Renzi in poi, siamo stati capaci di configurarli come azione di sistema e non sommatoria di singole prassi. Si chiamano credito d’imposta per innovazione e ricerca, credito di imposta per acquisto di nuovi macchinari, ammortamento e super ammortamento, sostegno all’innovazione e alla qualità dei prodotti, confronto su nuove linee produttive per rendere più compatibili e sostenibili le produzioni in Italia, sostegno al made in Italy, sostegno al posizionamento internazionale, ecc.

L’Europa parte in causa

Pazienza, determinazione assoluta ma anche consapevolezza su come l’Europa non possa essere un convitato di pietra. Piuttosto, e assolutamente, una parte in causa. Che ci sia più Europa e che sia sempre più ampia è naturalmente importante. Altrettanto importante però è che ci siano regole dal punto di vista fiscale e contrattuale. Ricordiamo bene come ci sia stata una fase dell’allargamento fondata su ragioni geopolitiche che non hanno tenuto conto delle possibili contraddizioni che ne sarebbero seguite. Per cui scoprire adesso quelle contraddizioni con stupore e indignazione rischia di apparire un po’ fuori tempo massimo, mentre è urgente definire un nuovo più solido e sostenibile paradigma. Non con proposte spot ma con una strategia chiara su cui chiamare i paesi membri ma anche le parti sociali a confrontarsi: contratti e legislazione.

Contratti  rinnovati anche su base europea

I contratti dovrebbero essere rinnovati anche su base europea: se non c’è la concorrenza sul fisco e invece rimane quella sui salari, comunque siamo dinanzi a concorrenza sleale, a una forma di dumping interno.

E’ necessario armonizzare sempre più a livello europeo la legislazione in materia fiscale e anche la contrattazione. Rafforzare lo stato sociale e la contrattazione per tendere a salari adeguati.
Ovviamente non possiamo pretendere che domattina alcuni stati, la Slovacchia per esempio, applichino il contratto che abbiamo in Italia ma è a questo che bisogna tendere, e questo significa uno sforzo di tutti: politica, istituzioni, rappresentanze sociali, sindacali e datoriali.

Ripensando, tutti, il proprio ruolo e le proprie funzioni.

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