Crimi(ni) e misfatti

Focus

Il fallimento di Vito Crimi, l’uomo che voleva la chiusura di Radio Radicale

Fin dal suo apparire l’uomo è parso al di sotto del compito. Ricordate? Vito Crimi fu il primo capogruppo del M5s al loro esordio nella vita parlamentare (sua omologa era l’allora ruspante Roberta Lombardi, ahò).

Faceva le trattative, andava nei telegiornali della sera quando i bambini ancora devono andare a letto e la gente è a tavola: e lui, col testone pelato, sparava contro tutto e contro tutti, strillava “ro-do-tà/ro-do-tà” con i pugnetti alzati a incitare le masse davanti Montecitorio, e bissava anche con il celeberrimo “o-ne-stà/o-ne-stà” – facile, lo stesso numero di sillabe. Crimi! Non passò molto tempo che persino i grillini si accorsero che era meglio promuovere qualche faccia nuova, e venne l’éra di Toninelli &company.

Una volta al governo, Di Maio si ricordò di quel triste ex capogruppo, non si poteva lasciare per strada, lui della prima ora, mentre altri sbarbatelli si accomodavano nelle macchine blu con destinazione ministero. E poi, un sottosegretariato non si nega a nessuno.

Quindi, eccolo diventare sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Editoria. Da quel momento la vita di Crimi si intreccia con un’indomita battaglia per chiudere Radio Radicale: è sua la faccia che cinicamente il Movimento utilizza per uccidere l’emittente che da anni rende un gran servizio al Paese. Spegnere i rubinetti del finanziamento per Vito è ormai un obbligo morale. Se ne frega, o forse non capisce, che è solo. Che è stato mandato a combattere una battaglia persa in partenza. Già, perché persino i leghisti intuiscono che Radio Radicale non deve chiudere. Il Pd dà battaglia. Risultato: i grillini hanno fatto una figuraccia e Crimi ha fallito. Il misfatto non è riuscito a compierlo. Al posto di Vito un’ideuzza potrebbe venire: andarsene. Ma idee, lui, di suo non ne ha.

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