La Lega accelera i tempi della crisi e presenta una mozione di sfiducia a Conte

Focus

Mattarella nelle prossime ore dovrà tirare fuori qualche idea straordinaria per evitare il voto nell’immediato

Non prima di tre giorni “ma non oltre i 10” per il voto al Senato con cui si porrà la parola fine al governo. La Lega vuole accelerare i tempi della sfiducia a Giuseppe Conte e presenta una mozione di sfiducia nei confronti del presidente del Consiglio, richiamando i regolamento del Senato che ne fissano il timing. Cita anche l’articolo 161 del Regolamenti dei tempi e delle modalità di presentazione della mozione di fiducia, che deve essere motivata e sottoposta a votazione nominale con appello e sottoscritta da almeno un decimo dei componenti del Senato. Dunque, per la Lega, la mozione di sfiducia a Conte può essere discussa a partire da lunedì o martedì prossimi “e non oltre 10 giorni”, ovvero non più tardi del 20 agosto. Cosa che tecnicamente renderebbe possibile il voto il 20 o il 27 ottobre (“in questa scheda le altre date possibili”).

Ieri in serata, al termine di una delle giornate politiche più convulse degli ultimi tempi, il vicepremier leghista ha evocato una sorta di alea iacta est dichiarando guerra ai suoi alleati di governo.  “L’alleanza si è rotta per i troppi no”, ha detto, facendo riferimento anche ad alcuni attacchi personali che avrebbe ricevuto. E così ha staccato la spina a un Esecutivo che in fin dei conti non è mai andato d’accordo su nulla.

E in tarda serata, poi, in un comizio, Salvini ha chiarito anche le modalità con le quali vorrà combattere quella guerra politica, ovvero presentandosi alle prossime elezioni solo, senza la collaborazione di Forza Italia. Nell’annunciare questa novità politica ha detto di voler “guardare avanti e non al vecchio”, alludendo chiaramente alla sua intenzione di correre senza il partito di Silvio Berlusconi. Parole alle quali ha provato a rispondere Tajani a stetto giro, il quale ha detto che “senza una coalizione di centrodestra le elezioni non si vincono”. Insomma, primi barlumi di una mal convivenza.

D’altra parte non è nemmeno la prima volta che Salvini evochi una certa autosufficienza. Anche perché è talmente suggestionato dai sondaggi (ormai lo accreditano al 38 percento), da farselo scappare anche davanti allo stesso Conte.

Il Premier lo ha riferito esplicitamente nel suo discorso con cui ha aperto la crisi di governo: “Ieri e questo pomeriggio è venuto a parlarmi Salvini il quale mi ha anticipato l’intenzione di interrompere questa esperienza di governo e di andare a votare per capitalizzare il consenso di cui la Lega gode attualmente”. Parole dirette, con tanto di stoccata finale nel passaggio in cui gli chiede di riferire in Parlamento i motivi della rottura: “A tutti gli italiani dovremo dire la verità e certo non potremmo nasconderci dietro dichiarazioni retoriche e slogan mediatici”.

Ma il leghista ormai ha deciso: “Vado da solo”. Un po’ stile Pedro Sanchez in Spagna – con le dovute proporzioni – dove il partito socialista si è presentato da solo e ha vinto, salvo poi non riuscire a formare una maggioranza per governare. Da noi non andrà allo stesso modo, semmai la somma di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia dovesse superare il 50%. In quel caso l’accordo lo troverebbero.

Ed è proprio questo passaggio, quello di vedere un centrodestra rafforzato e alla guida del Paese, ciò che preoccupa di più Nicola Zingaretti. Il segretario dem, ieri, ha commentato con soddisfazione la fine del governo gialloverde: “E’ la fine di un incubo”, ha detto prima di salire sul palco della festa Pd di Villalunga. Ha annunciato di essere pronto alla sfida. Ma ha detto anche di essere preoccupato per un’Italia che potrebbe finire nelle mani della destra. E alludendo all’unità del suo partito, ha detto: “Cancelliamo la dimensione dell’Io e cominciamo a ragionare col noi per non far cadere questo paese nelle mani di Salvini”. “Abbiamo il dovere di non permettere mai più che quelli che hanno vinto il 4 marzo tornino al governo, abbiamo il dovere di lasciare ai nostri figli e nipoti un paese migliore”.

E a proposito di quelli che hanno vinto il 4 marzo, come ha reagito Luigi Di Maio? Con il disperato tentativo di raccogliere attorno a sé almeno i grillini della prima ora, affidando le parole al social network di Mark Zuckerberg: “Tagliamo il numero dei parlamentari e poi andiamo a votare”, è stata la sua riposta a Salvini che invece vorrebbe scioglierlo subito il Parlamento, poi tornare al voto il più presto possibile. “E’ una riforma epocale tagliamo, 345 poltrone e mandiamo a casa 345 vecchi politicanti”, ha insistito ancora il capo grillino, provando in questo modo a distogliere l’attenzione dalla sua eclatante debacle.

Cosa accadrà ora? Le incognite per ipotizzarlo sono tante. forse troppe. Certamente nessuno degli attori in gioco sembra intenzionato a dar vita a un altro governo politico. E nel caso in cui il capo dello Stato decidesse di indire nuove elezioni, la prima data utile potrebbe essere domenica 13 ottobre.

Ma la vera preoccupazione di tutti – anche dei partner europei – è soprattutto di natura economica: si tratta di capire come poter gestire la complicata partita sulla legge di Bilancio, che il nostro Paese dovrà presentare il 15 ottobre a Bruxelles e votare entro la fine dell’anno. Se le elezioni coincidessero con il periodo di quelle importanti scadenze, si affaccerebbe davvero l’ipotesi di esercizio provvisorio. Con tanto di conseguenze poco auspicabili per tutti, a partire dall’aumento dell’Iva causato dalle famose clausole di salvaguardia, che in questo caso scatterebbero inevitabilmente.

Insomma, Mattarella nelle prossime ore avrà davvero un gran da fare: dovrà tirare fuori qualche idea straordinaria per provare a convincere tutti i vari attori ad andare avanti. Pena il voto immediato, con tutti i rischi legati che ne conseguono sul piano economico (i mercati resteranno a guardare inermi?). E pensare che siamo solo agli inizi di questa strana crisi di mezza estate.

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