L’onda lunga catalana e gli errori di Rajoy

Focus

La Spagna dei popolari ha colpevolmente lasciato marcire un problema che nel giro di pochi anni ha visto aderire alla causa della secessione catalana più o meno la metà della popolazione

Non è senza stupore che da oltre un anno le opinioni pubbliche europee osservano le evoluzioni della crisi politica che oppongono la Spagna nei confronti dell’insorgenza indipendentista della importante e ricca regione Catalana. Quella che sembrava una plausibile dialettica fra autonomismo e centralismo nella redistribuzione delle risorse si è avviata ad essere una vera e propria cronica crisi di rapporti fra popoli all’interno dello stesso Stato e dentro la più grande Unione Europea.

La Spagna dei popolari ha colpevolmente lasciato marcire un problema che nel giro di pochi anni ha visto aderire alla causa della secessione Catalana più o meno la metà della popolazione; ad essa certamente ha concorso la fragile transizione postfranchista, la memoria mai sopita della lunga Storia di divisione fra la Spagna Castigliana e questa regione alle pendici del Pireneo e confinante con la Francia, una crisi economica che ha colpito la classe media ed un iniquo rapporto fra il suo pil e la restituzione in termini di vantaggi e opere pubbliche dello Stato Centrale nonché l’umiliazione subita dalla cassazione dell’avanzato Statuto di Autonomia che con fatica il Governo Socialista di Zapatero e il tripartito progressista guidato dai socialisti catalani avevano concepito nei primi anni duemila.

Da allora in avanti è stata una discesa verso le tragiche vicende di questi giorni,  il gruppo di testa dell’indipendentismo catalano che è formato dalla vecchia CiU ovvero un partito moderato autonomista che mai aveva avuto sotto la leadership di Pujol fronzoli indipendentisti avendo rappresentato a lungo l’alfa e l’omega della politica catalana che negoziava sempre con Madrid, da un partito Esquerra Repubblicana formato da una sinistra anti-franchista dalla forte impronta massonica che era praticamente scomparso negli anni 80 e da un gruppo di Anti-capitalisti di sinistra che abbraccia esperienze amministrative dell’entroterra ed i nuovi ceti giovanili insoddisfatti e colpiti dalla crisi. Questa coalizione indipendentista ha vinto due elezioni consecutive e sta patendo le pene carcerarie per aver forzato lo statuto catalano e convocato un referendum per l’indipendenza contrastato manu militari da Rajoy.

La Spagna sceglie la strada autoritaria innalzando le insegne dello Stato di diritto e del rispetto della sua Costituzione, lo fa tuttavia denunciando un grave deficit di iniziativa politica pensando di trarne un vantaggio risuscitando un sopito nazionalismo nel paese, lo fa anche perché è spaventata dall’instabilità europea ed in particolare dall’incertezza scaturita dal voto italiano. Pur volendosi allontanare totalmente dai secessionisti caricaturali di casa nostra e dalle vicende della Brexit è evidente agli osservatori esterni che la crisi catalana ed il populismo identitario che ne traspare è figlio di un’onda lunga della crisi dell’identità europea, della perdita di sovranità degli Stati all’interno dell’unione e del progressivo rallentamento delle suggestioni che pure le forze uscite vincitrici dallo scontro con il totalitarsmo comunista, quella popolare e quella socialista democratica avevano saputo suscitare. Le paure e le incertezze risvegliano i sopiti spiriti nazionali e identitari, intendiamoci quello catalano ha tutte le carte in regola per considerarsi legittimo, infatti anche le forze non indipendentiste che rappresentano il mondo del lavoro, del progresso e delle nuove generazioni, il vecchio PSC 5partito socialista catalano) e Podem sono segnatamente catalaniste, repubblicane che pero’ rifiutano una secessione che sta dividendo in due il paese, negli uffici, nelle fabbriche, nelle famiglie e fra i conoscenti.

Ho seguito in questo anno e mezzo da vicino la questione, con Romano Prodi e Piero Fassino avviammo congiuntamente un tentativo di mettere in campo una piattaforma per un dialogo ed una riconciliazione fra Barcellona e Madrid, oggi penso che al di là del giudizio che si vuole dare sulle iniziative intraprese dal Governo di Madrid, e la conseguente  solidarietà europea che ha incassato sia sempre valido il compito di chi pensa sia necessario riportare alla politica le possibilità per soluzioni e compromessi. Si tratta d’altronde del nostro comune avvenire, della prosperità e della pace nel pmediterraneo, della interdipenza attiva fra popoli come il nostro e quello spqgnolo e catalano che si conoscono bene e che si rispettano.

Penso che dovremo dedicare, non per distrarci dai guai di casa nostra, una concreta e fattiva opera di dialogo e solidarietà, d’altronde le conseguenze degli errori della comunità europea hanno creato delle scosse telluriche che poco a poco creano dei danni che sono comuni, la risposta non può essere la repressione ma il dialogo, la convivenza, l’intelligente e creativo compromesso come d’altronde ci hanno insegnato i nostri padri riformisti.

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