Ops, quel Movimento non c’è più. Viaggio nella crisi del M5s

Focus

Viaggio in un movimento in crisi verticale di consensi, compromesso da indagini e conflitti d’interessi, prigioniero del salvinismo

Il Movimento Cinque Stelle non c’è più. O meglio, non c’è più quel Movimento Cinque Stelle, quello sorto dal nullismo vaffanculesco di Beppe Grillo e che nel bene e nel male identificava e rappresentava parecchio del montante malessere degli italiani. Aveva persino incarnato, il M5s, un’ansia di rinnovamento della politica basata sulla centralità delle persone (il mitico “uno vale uno”, la Rete, Rousseau, il mito del Cittadino): puf, tutto finito. Morto. Kaputt.

Ora c’è un Partito simil-leninista, centralistico, a-democratico e anzi tendenzialmente autoritario, di manica larga con chi non rispetta il codice penale, super-doroteo nella spartizione dei posti, smemorato se si parla di mafia, forte con i deboli, immemore delle promesse fatte, già amante del potere per il potere. Inevitabile che il giallo si stia stingendo nel verde. Salvini ha la metà dei voti ma il doppio della presa sull’elettorato e alla lunga si mangerà il Movimento. Tranne quella porzione che non è e non sarà mai di destra e che prima o poi si volgerà da un’altra parte: credevano nel nuovo modo di fare politica, si ritrovano col vecchio che avanza. Addio Cinque Stelle, è stata breve.

Supermedia sondaggi m5s lega

Secondo diversi sondaggi la Lega ha ormai superato il M5s. Nella supermedia elaborata da YouTrend i due partiti sono sostanzialmente pari, mentre il 4 marzo Di Maio quasi doppiava Salvini. “E’ evidente che il protagonismo mediatico di Salvini sta pagando – ci dice il direttore di YouTrend Lorenzo Pregliasco – mentre sembra che la spinta propulsiva del M5s si stia esaurendo. Colpisce la rapidità del fenomeno:solo due settimane fa il distacco fra M5s e Lega era di 5 punti”. La lettura politica non è difficile: se il Movimento segue in tutto e per tutto una Lega arrembante è chiaro che una parte del suo elettorato sceglie sempre di più il Carroccio. E’ una destino ineluttabile? “Nessuno può fare previsioni nemmeno sul medio periodo – spiega Pregliasco – di certo il M5s non può lasciare tutto questo spazio a Salvini”. Per Luigi Di Maio, deve essere questa l’angoscia principale.

Altro che “uno vale uno”: Di Maio è il Conducator

Non c’è pace nel Movimento. Nei giorni decisivi per chiudere la partita delle Commissioni, sono emersi con forza nuovi malumori interni. Gli indipendenti eletti nel Movimento – da Carelli a Paragone, passando per De Falco – sono in agitazione. Ma anche tra i grillini delle prima ora c’è nervosismo. I problemi emersi durante l’assemblea congiunta dei pentastellati di ieri sono molti. Dall’insofferenza per l’ipertrofia mediatica di Salvini, all’incapacità di Di Maio di imporsi sull’alleato leghista.

La frangia più critica dei parlamentari 5 stelle non sembra disposta a fare sconti. In particolare per un vecchio nodo che né Di Maio, né Davide Casaleggio intendono affrontare: riformare lo statuto. La critica principale, come quella espressa da Elena Fattori, sta nel fatto che nelle mani del capo politico, dunque di Di Maio, vi è troppo potere. Una concentrazione tale, pensano i rivoltosi, che al resto della galassia stellata rimane poco o niente. “Bisogna tenere separata la sfera governativa da quella parlamentare”, chiede Fattori. E potrebbe anche non bastare. Si è capito dall’atteggiamento ostentato dall’ala critica dopo che la dirigenza grillina – forse per placare gli animi – gli ha attribuito incarichi importanti nelle principali commissioni. Un’operazione che potrebbe non essere sufficiente a spegnere l’incendio. Il malcontento sembra non più arginabile e poco importa se Di Maio dice di non voler più sentire “piagnistei”, la faida interna è appena iniziata e rischia di fare parecchie vittime.

“Onestà-onestà” è solo un ricordo

Nella narrazione grillina del “noi non siamo come loro”, una delle parole ripetute come un mantra è stata “onestà”. Di Maio e compagni l’hanno usata innumerevoli volte per marcare la distanza tra la presunta purezza grillina e la nefandezza del resto della politica italiana. Peccato però che sono rimaste solo parole. I fatti degli ultimi giorni lo dimostrano chiaramente. Per dire, ieri Giulia Sarti è diventata presidente della commissione Giustizia della Camera, nonostante dieci giorni prima fosse stata condannata in primo grado per diffamazione. E vabbé, sarà stata una svista, direte. No. Almeno che non sia una svista anche quella che ha permesso prima la candidatura, poi l’elezione e infine l’ammissione al gruppo pentastellato di Emanuele Dessì, quello che era finito al centro delle polemiche per le sue amicizie con il clan Spada, per un post su Facebook in cui si vantava di aver “menato un ragazzo rumeno” e per l’affitto irrisorio che sborsa per la casa popolare che gli è stata assegnata. Un’altra svista? O forse una dimenticanza? Chissà magari si tratta di un premio. Un po’ come quello che Di Maio ha dato a Luca Lanzalone con la presidenza di Acea. Almeno fino a quando gli ha chiesto di dimettersi. Ora sappiamo dal secondo interrogatorio fornito della sindaca Raggi in qualità di testimone che Lanzalone, a Roma, non si occupava solo del dossier relativo allo Stadio. Anzi, il suo ambito di intervento era ampio e ben oltre i suoi iniziali incarichi.

Intellettuali e corifei, confusi e infelici

Su Repubblica oggi Goffredo De Marchis ha riportato l’insoddisfazione di due “esterni” di nome – Gianluigi Paragone e Emilio Carelli – molto scontenti per come vanno le cose nel M5s: “Che ci hanno chiamato a fare?”. La risposta è tanto semplice: vi hanno chiamati per fare le foglie di fico al nulla assoluto che contraddistingue il dibattito delle idee nel mondo pentastellato. Paragone e Carelli hanno due cervelli autonomi dalla Casaleggio Associati: è la loro colpa. D’altra parte tutti i corifei del Movimento, da Jacopo Fo a De Masi fino ai giuristi zagrebelskiani (per non parlare del travaglismo, malattia infantile del grillismo) oggi si mordono le mani: pensare che la cultura c’azzeccasse qualcosa con i Toninelli e le Taverna era davvero un’illusione ottica. Pazienza, comunque ci sono Scamarcio e la Gerini a dare man forte.

Immigrati e diritti, scimmiottando la Lega

Sull’immigrazione i Cinque Stelle sono spariti, sdraiati completamente su Salvini, appiattiti sulla linea estremista del neoministro dell’Interno. Travolti dall’onda populista più populista di loro. Il leader leghista è così libero di sfogarsi, di fare la sua campagna elettorale anche dall’esecutivo. Anzi, da quando Salvini è arrivato al Viminale il compito principale dei grillini, insieme al premier Conte, è stato quello di cercare di contenere i danni provocati dalle sue dichiarazioni. Ma dopotutto sull’immigrazione il Movimento ha perso – più che in altri settori – visibilità e potere decisionale, anche perché i pentastellati non hanno mai avuto una posizione troppo chiara e netta su sbarchi e migranti. Qualche parlamentare M5S ha provato in passato a proporre una linea umanitaria, ma è stato immediatamente travolto dalle dichiarazioni urlate di Grillo (come dimenticare la sua frase sugli immigrati che portano le malattie in Italia?). L’unico dibattito interno sui migranti c’era stato al momento di votare l’abolizione del reato di clandestinità. E anche lì la linea di Beppe Grillo era molto simile a quella di Salvini oggi. “Se durante le elezioni politiche – si leggeva sul blog – avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico”. Per il resto, i Cinque Stelle sono troppo preoccupati di essere considerati di sinistra, troppo impegnati a cavalcare la rabbia delle masse per poter avere una linea politica chiara. E allora meglio lasciar fare a Salvini.

Dal “mai alleanze” al manuale Cencelli

Come sarebbe andata a finire si era capito già da come si erano spartiti Camera e Senato prima ancora che l’ipotesi del governo gialloverde si concretizzasse. La conferma è arrivata ieri con il manuale Cencelli protagonista assoluto della giornata di elezioni degli uffici di presidenza e di insediamento delle commissioni parlamentari. Anche questa volta la distribuzione dei ruoli è avvenuta rispettando all’estremo il peso dei gruppi parlamentari. E così al M5S sono andate 17 presidenze, alla Lega 11, sei vicepresidenze al Pd, cinque a Forza Italia, una a Fratelli d’Italia e Leu. Insomma, come previsto, l’opposizione è rimasta praticamente a bocca asciutta ad eccezione di pochi casi come la vicepresidenza a Piero Fassino in commissione Affari esteri del Senato. Ma anche con qualche “buco” in commissioni importanti come la Finanze del Senato o la Bilancio della Camera dove il Partito Democratico è rimasto fuori dall’ufficio di presidenza. Una scelta singolare soprattutto per la quinta commissione di Montecitorio dove i dem avevano un nome piuttosto forte, quello dell’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

La visione regressiva del lavoro

Uno degli obiettivi del ministro del Lavoro adesso è lo stop al lavoro domenicale. Di Maio vorrebbe rimettere mano al Decreto Monti che nel 2011 ha liberalizzato le aperture dei negozi nei giorni festivi. Ma al di là di cosa sia davvero giusto per i cittadini – il dibattito divide in due l’opinione degli italiani – il punto da sottolineare riguarda le motivazioni che ci sono dietro la scelta di Di Maio. Nelle sue parole non risalta infatti la difesa dei diritti, come spesso rivendicano i sindacati, che vedono i lavoratori costretti ad accettare quei lavori festivi, rinunciando magari a riposi infrasettimanali.
Piuttosto c’è un approccio culturale dai tratti regressivi. Per Luigi Di Maio lavorare la domenica “sfalda la famiglia”. L’Italia sta a casa la domenica; (“non è solo una questione economica, ma di felicità personale”). E se a questo aggiungiamo la logica di assistenzialismo su cui si dovrebbe basare il reddito di cittadinanza, la non visione grillina sul lavoro comincia seriamente a prendere forma. Un approccio che rischia anche di bruciare posti di lavoro, come ammonisce il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, il quale ieri ha commentato così l’annuncio di Di Maio: “La sfida del Paese è creare occupazione, non depotenziare il lavoro”. Ricordiamo che negli ultimi anni la liberalizzazione ha portato in totale 4,7 milioni di persone a lavorare nell’ultimo giorno della settimana. Va evidenziata poi la modalità con cui il ministro ha gettato nell’agone politico il suo nuovo spot: senza un adeguato approfondimento sul tema, infatti, si rischia solo di generare uno scontro sociale. D’altronde siamo ormai abituati agli annunci delimitati e settoriali fatti dall’attuale governo, senza una visione generale (vedi i riders, a cui si aggiunge il tema più caldo dell’immigrazione). Si tratta di populismo? Forse.
E qui veniamo al terzo punto, la presenza della Casaleggio associati: quello sul lavoro domenicale conferma ancora una volta che gli spot di casa grillina seguono una pura logica di marketing (battiamo il ferro dove il tema è più sentito), tipica del berlusconismo. Che magari è anche necessario per acchiappare voti, se si osservano con attenzione le trasformazioni delle politica moderna, ma che di certo mette in risalto l’assenza di una visione di insieme del Movimento Cinque stelle.
O forse, paradossalmente, una visione d’insieme grillina sul tema del lavoro si sta delineando: lavorare meno e più assistenzialismo per tutti.


(a cura di Mario Lavia, Silvia Gernini, Giacomo Rossi e Stefano Minnucci)

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