Il crollo del ponte a Genova. E l’intramontabile tv del dolore

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Quelle che dovrebbero essere pagine di giornalismo coraggioso e civico assumono sempre più, e quasi esclusivamente, i connotati di una colata di stucchevoli liquami informazionali ed emozionali

Il crollo del ponte Morandi a Genova, e le conseguenti cornici tragiche e polemiche, hanno dischiuso – com’è prassi ormai nei media cosiddetti mainstream – il vaso di Pandora di un antico immarcescibile male: la verità e i faticosi processi per raggiungerla sostituiti e imbavagliati dal solito tsunami di sentimentalismo, bombardamento confusionario di immagini e parole, propaganda.

E così, quelle che dovrebbero essere pagine di giornalismo coraggioso e civico assumono sempre più, e quasi esclusivamente, i connotati di una colata di stucchevoli liquami informazionali ed emozionali che fanno da gigantesco esorcismo collettivo di eventi agghiaccianti cui nessuno, nei tempi giusti, ha saputo opporre un argine. Che si tratti di cavalcavia che si accasciano come biscotti, di terremoti devastanti, di alluvioni cui seguono ecatombi di danni e vittime, di deragliamenti che fanno strage di pendolari (in Italia ne abbiamo vista a decine negli ultimi anni di questa roba), il collasso infrastrutturale e quello mediatico non possono essere disgiunti – anche se quest’ultimo rimane meno visibile, meno palpabile -, perché ovunque ci sia una tragedia annunciata o un potere asfittico che affoga nelle sue pastoie burocratiche e di corruttela c’è sempre una classe di “informatori” che ha scelto di guardare dall’altra parte, fare audience, trastullarsi col gossip, seguire i filoni facili che appagano paure e desideri dell’opinione pubblica, puntare sul lasciafarismo piuttosto che su critica e urgenze.

Anche stavolta, insomma, con un’opera di ingegneria colossale che si sfarina durante un nubifragio, inghiottendo bambini e turisti, famiglie e lavoratori, che cosa abbiamo visto in tv? Una informazione che, potremmo dire, si dedica solo al playground, al background, e mai all’underground. Che cosa significano queste parole? Una pletora di commentatori e “inviati” (e anche qui si dovrebbero aprire capitoli pietosi per spiegare come si muove e come parla davanti a un microfono la gran parte di questi “inviati”) vengono mandati sul campo (playground) e ci riempiono di valanghe di dettagli, testimonianze, video amatoriali (ripetuti tronfiamente di continuo, ad ogni edizione di tg), parole in libertà, ricordi di chi ha visto, ipotesi, veline di sindaci e ministri che già non perdono occasione per accapigliarsi: strali verbali e iconografici che si conficcano nei nostri occhi, nelle nostre teste con un potenziale fortemente ansiogeno. Poi si passa alla ricostruzione dei fatti, alla filiera della memoria (background), agli sfondi, al controllo dei precedenti, ai pregressi del fatto, e scopriamo all’improvviso che c’è un mondo di regolamenti, convenzioni, concessioni, rapporti economici, inadempienze, forse elargizioni, dubbie posizioni dei singoli, interrogazioni parlamentari di chi si avvedeva di un pericolo in stagioni non sospette, e di tutto questo noi poveri spettatori da zapping salottiero, che cosa ne sapevamo? Chi ce lo ha mai detto? Chi ci ha messo in guardia come cittadini? Adesso si spalancano archivi e cassetti, i “bravi” giornalisti fanno il loro “bel” mestiere, ma davanti a una fila di cadaveri, e in pochi minuti capiamo che avremmo fatto tranquillamente a meno di migliaia di ore di talk show politici, confronti in diretta, becero opinionismo e blablabla dei soliti noti, se qualcuno avesse avuto l’accortezza si spostare il quadrante delle priorità comunicative privilegiando la nostra natura di esseri umani e membri di un consorzio collettivo chiamato Paese. Ecco, l’underground che manca: scavare, smascherare, intervenire, ritrovare la nobiltà di giudizio per chi usa carta e penna o schermo e telecamera per parlare alla gente, fare inchieste, ma prima, aiutare con l’intelligenza più corrosiva, ma prima, fare esercizio di libertà e parresia, ma prima. Senza andarsi a rifugiare, poi, nella nauseante e immane retorica della “macchina dei soccorsi” per dare l’idea di uno Stato che ancora soccorre, crede nel bene comune, ricuce i suoi strappi e riparte. Come se poi, chissà perché, dovessimo vedere in pompieri poliziotti e carabinieri dei cavalieri senza macchia e senza paura, piuttosto che dei professionisti legati a quel tipo di lavoro da precisi obblighi contrattuali e deontologici. Ma per la favoletta da ammannire al popolo spaventato la solidarietà un tanto al chilo, gli “angeli” che ci fanno rialzare, i populisti che ci aizzano contro chi ha sbagliato (che sono sempre “altri”), tutto fa brodo.

Siamo in presenza, insomma, di quella corticale trilogia “vittima-salvatore-dignitario” che Ignacio Ramonet già alla fine degli anni ’90, in un libro bellissimo intitolato La tirannia della comunicazione, vedeva come standard della cosiddetta informazione in tempo reale ipotizzando profeticamente come i giornalisti avrebbero documentato l’esplosione di una bomba a Parigi. I danni provocati e la conta dei morti e dei feriti; l’adoperarsi disinteressato per gli altri di pompieri, uomini in divisa, semplici cittadini; le parole rassicuranti che arginano paura e irrazionalità da parte dei detentori dell’ordine e della parola pubblici: non è cambiato nulla. “Il giornalista tende a essere sempre di più un semplice collegamento. E’ il filo che permette di mettere in contatto l’avvenimento con la sua diffusione. Egli non ha il tempo di filtrare, di verificare, di paragonare perché, se perde troppo tempo a farlo, altri colleghi tratteranno l’argomento prima di lui e i suoi superiori glielo rimprovereranno certamente”, scriveva.

E, dunque, la dottrina mediatica è il “vedere=capire”, il mero assistere a un avvenimento come cardine dell’auto-informazione, del saltabeccare di canale in portale cercando solo immagini spietate e spezzettate, scioccanti, circoscritte a una grandezza temporale sempre più vicina e soffocante, dove, senza più setacci intelligenti, la funzione mediativa e meditativa del giornalista muta in “una retta”, “un vetro trasparente”, puro vettore di maree attentive e di ciclici standing di fronte a un display. E dove la censura, come dice Ramonet, diventa “democratica”, cioè non basata su soppressione e nascondimenti dei fatti, ma sulla loro sovrabbondanza, sul loro overload. “Il metodo è il seguente: ridurre, radicalmente, la politica al fatto concreto. Infatti l’astratto non ha immagini ed è il suo grande difetto ontologico. Solo il fatto reale si può filmare. Non la realtà” . E in questa illusione di sapere, dentro le logiche mercantili della comunicazione che intrudono l’informazione con tattiche ammaliatrici e circuenti, chi può dire che a Genova sinora sia andata in scena la “realtà”?

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