Perché la sconfitta non sia un destino

Focus

Bisognerà rifondare: una teoria e una pratica. Programmi, alleanze sociali, i riferimenti nel mondo

Questa è una parte dell’articolo di Gianni Cuperlo che sarà pubblicato integralmente sul numero 2/2018 della rivista Italianieuropei

 

La sconfitta non ha precedenti. Per la sinistra nel suo complesso è il dato peggiore nella storia dell’Italia repubblicana. Molte ragioni del risultato sono incise nell’ultima stagione. Scriverlo è giusto, ma non basta perché oltre alle ragioni, legate alla cronaca e dunque al quinquennio alle spalle, la sconfitta ha radici che affondano più lontano. Almeno negli ultimi dieci anni – l’intero arco di vita del Pd – e anche da prima. Nel senso che questo risultato interroga e incalza l’intera classe dirigente del centrosinistra. Il partito più grande. L’azione dei governi che si sono succeduti. I cosiddetti “Padri nobili”, le minoranze di vario taglio. E naturalmente, alla luce della percentuale finale, quanti hanno scelto di piantare la tenda altrove raccogliendo pochissimo. Sono responsabilità diverse, certo. Perché c’era chi ha comandato e chi no. Se guardo al Pd, chi ha sempre applaudito. E chi no. Chi ha chiesto di cambiare per tempo. E chi no. Ma poiché la sinistra rischia di dileguarsi, questo, per tutti, non può che essere un tempo di verità e di svolta.

Abbagli, limiti, del progetto del Pd hanno accentuato nella stagione più recente una regressione evidente. La sinistra però non ha perso a causa di una singola riforma venuta male. Ha perso per molte vie. Una è il declino rovinoso delle soluzioni che si sono elaborate e offerte alle democrazie dell’Occidente nell’ultimo quarto di secolo. Perde per la incapacità di restituire a valori proclamati – uguaglianza e dignità in primo piano – un legame saldo con i bisogni della parte più fragile dentro la società. Ancora. Perde – e qui il tema, se si vuole, è più interno alla parabola dei Democratici – per un vuoto decennale di identità. Di senso. Pensare che l’aridità degli statuti potesse colmare il venir meno di una appartenenza fondata su simboli e culture è stata una illusione drammatica. Si è buttata a mare la sola cosa che andava rifondata: un pensiero attrezzato sulla società, l’economia, gli interessi. Mentre si è innalzato a modello un primato della guida associando il concetto di “comando” a quello di modernità. Veltroni, Bersani, Renzi: con profili diversi, lo schema che si è imposto è rimasto lo stesso. Con una differenza nella collegialità, aspetto che pure conta.

Anche questo schema va rovesciato adesso se vogliamo tornare in superficie. Ed è per questo che dinanzi alla valanga del 4 marzo ripartire dai nomi non aiuta. Per rialzarsi dalla sconfitta peggiore della nostra vita bisogna ripensare molto. Introdurre categorie in grado di spezzare tanto l’ortodossia del vecchio laburismo socialista che i miti dell’innovazione depurati da classi, diseguaglianze e nuove miserie. Su questo dovremo discutere nei prossimi mesi. La verità è che in questi anni quello che è stato chiamato il “renzismo” (la combinazione della personalità e della politica di Matteo Renzi e del suo gruppo dirigente) è stato un disegno politico. Lo scrivo io che spesso ho espresso le mie ragioni di distanza da quella impostazione. Ma non vi è dubbio che fosse un impianto ambizioso. Una strategia che puntava a governare una nuova fase dello sviluppo del Paese. Quel disegno è prevalso prima, in forme travolgenti, dentro il Pd, poi, per un tratto breve, anche fuori. E ha prevalso anche perché – lo dico con onestà – a quel disegno non abbiamo saputo contrapporre alcuna vera alternativa. Né dentro il Pd, né fuori da lì. Ma il 4 marzo ha sancito una cosa netta e diversa. Che quel disegno è stato sconfitto. Non ha convinto una parte larghissima del Paese e dell’elettorato stesso della sinistra. E allora a sinistra il ricambio necessario di una leadership e una classe dirigente non è solo il frutto di una percentuale bassa e deludente nelle urne. Ma la risposta dovuta a quel giudizio politico.

Toccherà costruirla un’alternativa. Presto. E toccherà farlo perché dalle grandi crisi – il ‘900 lo ha dimostrato – non si esce col mondo di prima. Servono analisi e ricette in larga misura sconosciute. Lo stesso vale per le grandi sconfitte. Bisognerà rifondare: una teoria e una pratica. Programmi, alleanze sociali, i riferimenti nel mondo. Abbiamo perso, ma questa è la cronaca. Tocca a noi dimostrare che può non essere un destino.

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