Da Locri un colpo alla ‘ndrangheta. Ma non basta

Focus

Ora bisogna investire, dare un futuro a quella zona del Paese

La migliore risposta alle minacce della ‘ndrangheta è quella che hanno dato questa mattina le migliaia di persone, a cominciare dai cittadini di Locri e delle altre città della Calabria, che si sono stretti attorno a don Ciotti e a Libera sfilando per le strade di Locri e leggendo i nomi delle vittime innocenti della violenza mafiosa.

Sui muri della cittadina calabrese (in luoghi ben precisi, l’arcivescovado dove alloggia don Ciotti, un centro giovanile, scelti con chiarissime intenzioni simboliche) all’indomani del durissimo intervento del capo dello stato, Sergio Mattarella, che aveva definito i mafiosi “uomini senza onore”, lunedì mattina erano comparse scritte contro “gli sbirri”. “Più lavoro meno sbirri”. E poi: “Siete tutti sbirri”. E ancora: “Don Ciotti sbirro“ e ”Don Ciotti è più sbirro del sindaco”.

Chiunque minimizzi quelle scritte, riducendole allo sfogo di qualche disperato come ha fatto uno sconclusionato Vittorio Sgarbi ieri notte al Tg3, o ne fa l’occasione per criticare un certo giustizialismo antimafia, come il mio amico Piero Sansonetti, sul Dubbio di oggi, commette un gravissimo errore.

Quelle scritte comparse sui muri della cittadina calabrese sono insieme un segno di debolezza della ‘ndrangheta ma anche di una inquietante strategia.

Le ‘ndrine vogliono utilizzare la disperazione sociale quale strumento di ricostruzione di un consenso che è stato incrinato da numerose sconfitte militari e da un’offensiva antimafia che a livello repressivo e giudiziario ha ottenuto molti e importanti risultati. E da una maggiore consapevolezza rispetto al passato: ai vertici dello Stato siedono oggi personalità che hanno la lotta alla mafia  nel loro Dna: chi, come il Presidente Mattarella per aver pagato un tributo di sangue con l’assassinio del fratello Piersanti, chi, come il presidente del Senato, Piero Grasso, per aver condiviso la stagione antimafia di Falcone e Borsellino, chi come il ministro Minniti per aver praticato in prima persona la lotta alla ‘ndrangheta.

C’è un altro fattore importante che incrina il consenso mafioso nei territori: la chiesa di Papa Francesco prosegue lungo la via tracciata da Papa Wojtyla nel suo vibrante discorso ad Agrigento quando il suo grido ai mafiosi – “Convertitevi!” – risuonò nella Valle dei Templi come una maledizione biblica.

Oggi le pecore nere della chiesa non sono don Pino Puglisi o don Peppe Diana, ma i preti che fanno ancora fare l’inchino alle processioni davanti alle case dei boss, quelli che chiudono gli occhi e girano la testa dall’altra parte. Ciò costituisce una rottura con una lunga storia di connivenza e compiacenza.

Circa cinquant’annifa in un bellissimo libro intitolato “Africo”, Corrado Stajano tracciò il memorabile ritratto di una chiesa intimamente connessa alla ‘ndrangheta raccontando la storia e le imprese di Don Stilo. La Chiesa di oggi è il Vescovo di Locri che dichiara i mafiosi “fuori dalla comunità ecclesiastica”.

D’altro canto, nelle amministrazioni di quei territori certamente continua l’infiltrazione mafiosa ma oggi trova non solo complici, ma anche sindaci e amministratori che la contrastano e la respingono, a cominciare dall’amministrazione di Locri che affigge in risposta alle scritte mafiose un manifesto che un tempo sarebbe stato inconcepibile: “Orgogliosamente Sbirri”.

Rivendicare la vicinanza agli uomini delle forze dell’ordine che ogni giorno combattono la criminalità organizzata è una rivoluzione culturale in una terra dove ci sono ragazzi di famiglie mafiose che si fanno tatuare la fiamma dei carabinieri sotto i piedi per poterla calpestare a ogni passo.

Dunque, sono incrinati alcuni dei principali fattori del consenso alla ‘ndrangheta: uno stato imbelle, amministrazioni locali al servizio delle cosche, una Chiesa che rispondeva alla distorta idea di religiosità dei mafiosi.

Per questo dico che quelle scritte sono un segno di debolezza: un tempo la ‘ndrangheta non avrebbe avuto bisogno di apparire sui muri, avrebbe dato l’ordine di disertare le manifestazioni che sarebbe stato silenziosamente eseguito.

Tuttavia, nel clamore volutamente suscitato si legge anche una strategia non banale. Non dimentichiamo mai che la principale caratteristica della mafia è la capacità di adattamento: “Calati juncu ca passa la china”. Come il giunco che si abbassa per far passare la piena e poi si rialza, la ‘ndrangheta pensa che, passata l’onda dell’indignazione e dell’attenzione mediatica, quelle terre torneranno ai loro problemi di sempre, alla mancanza di lavoro, di dignità, di futuro, soprattutto per i giovani.

Ed è a loro che anzitutto si rivolge, facendo leva sulla disperazione sociale e il buio esistenziale. Si presenta con la faccia del ribellismo meridionale, cercando di incrociare così un diffuso e radicato sentimento di protesta contro lo Stato.

È una strategia che non può essere sottovalutata perché dire “meno sbirri più lavoro”, quando il lavoro manca significa volersi proporre come alternativa sociale, una sorta di welfare criminale che arriva dove lo stato non può arrivare. Sono parole che possono riscuotere anche consenso da chi mafioso non è. Si tratta di una gigantesca menzogna, è chiaro, perché è proprio la presenza mafiosa che impedisce lo sviluppo, allontanando le imprese oneste e trasformando il lavoro in schiavitù.

Ma non basta denunciare l’imbroglio, occorre che le istituzioni ci siano anche “il giorno dopo”, che poliziotti, magistrati, preti e sindaci in prima fila non siano lasciati soli a fronteggiare la marea del disagio e le sirene mafiose. Serve una vera e propria strategia sociale che, a dire il vero, il ministro Minniti ha delineato molto bene: la repressione dei fenomeni criminali deve accompagnarsi a strategie di inclusione sociale, di recupero dei territori degradati (altro che misure razziste, caro Saviano).

Serve quel che ha fatto il sindaco della città metropolitana di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, in risposta alle intimidazioni mafiose: aprire un’attività legale in un luogo sequestrato alle mafia. Però serve anche che ci sia trasparenza nell’assegnazione dei beni confiscati, che essi possano essere messi velocemente nella condizione di produrre nella legalità, perché un bene confiscato che deperisce è una vittoria della mafia, un bene confiscato che fiorisce una sconfitta dei boss.

Tutte queste cose sono in atto, la direzione è giusta, ma serve che tutto ciò si traduca in risultati concreti: la legalità non può essere un simulacro dietro cui costruire carriere. Essa deve farsi azione concreta, sviluppo, lavoro. Ogni denaro investito sul sociale al sud può essere un giovane sottratto alla mafia; ogni soldo investito in infrastrutture un aiuto alle imprese oneste (anche per questo la chiusura dell’aeroporto di Reggio Calabria sarebbe un enorme regalo alla ‘ndrangheta che vuole quei territori arretrati e isolati per poterli meglio dominare, che vuole dimostrare che lo sta ha abbandonato quella terra); ogni euro che va a risanare le periferie dannate, come lo Zen, Scampia, Arghillà, il principio di una rinascita civile; ogni centro culturale aperto dove prima c’era una proprietà dei mafiosi il principio di una nuova acculturazione.

E soprattutto, mi sia consentito, bisogna smetterla di accomunare tutti i calabresi in un giudizio di mafiosità, come hanno fatto quei burocrati della Camera dei deputati che hanno disdetto il concerto di un’orchestra di giovani calabresi di Laureana di Borrello, sostenuta anche dal maestro Riccardo Muti, perché alcuni dei ragazzi erano imparentati con pregiudicati. Il che, come ha osservato lo scrittore Mimmo Gangemi sulla Stampa, equivale a consegnare i ragazzi che vengono da quelle famiglie a un ineluttabile futuro mafioso invece che cercare di strapparli a quel destino attraverso la conoscenza di altri valori, di quell’educazione alla bellezza che, come diceva Peppino Impastato, è forse l’arma più forte contro la cultura mafiosa.

Speriamo che la sensibilità della Presidente Boldrini arrivi presto a correggere questo grave errore degli uffici.

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