Dal lavoro la libertà delle donne

Focus

Siamo in tante a rivendicare un riconoscimento pieno delle donne nel mondo dell’economia e delle professioni

La liberazione delle donne passa per il lavoro. Se le scelte in materia di diritti e il contrasto alla discriminazione di genere sono elementi costitutivi della nostra identità di Democratici, allora non possiamo ignorare quanta sia ancora la strada da fare per ottenere la piena parità occupazionale e retributiva per tutte le donne.
E nella giornata dell’8 marzo il mio augurio vuole essere anche un impegno di fronte alle tantissime donne che domenica scorsa hanno affollato i seggi e i gazebo delle primarie del Pd, che hanno eletto nuovo segretario Nicola Zingaretti.
Un nuovo femminismo si è affacciato nei mesi passati sulla scena internazionale: basti pensare alle tante mobilitazioni al femminile negli Stati Uniti contro Trump.
E anche nel nostro Paese si è diffusa una consapevolezza nuova, che ho intercettato e condiviso nella voglia di esserci delle donne incontrate durante la campagna che ha preceduto la consultazione del 3 marzo.
Siamo in tante a rivendicare non solo autodeterminazione e libertà dalla violenza, contro un ritorno al medioevo (vedi lo squallido manifesto diffuso dalla Lega in occasione dell’otto marzo) avallato dal governo gialloverde, ma anche finalmente un riconoscimento pieno delle donne nel mondo dell’economia e delle professioni.
Oggi più che mai queste idee troveranno ascolto nel Partito Democratico, questo è l’impegno che dobbiamo onorare nei confronti delle donne.
Come ci indicano tutte le indagini sociali, in Italia la partecipazione delle donne al mercato del lavoro non è soltanto modesta, ma anche selettiva, coinvolgendo principalmente le più istruite.
Secondo Eurostat l’Italia è seconda soltanto a Malta, nel continente europeo, nel gender gap occupazionale, ovvero la differenza tra il numero di donne e uomini che lavorano, con uno scarto di quasi il 20 per cento.
A questo si aggiunge l’altra insopportabile iniquità che caratterizza il nostro mercato del lavoro, il divario salariale tra uomini e donne.
A cinque anni dalla laurea le giovani donne guadagnano l’83 per cento dei loro coetanei con lo stesso titolo di studio. Un vero e proprio furto in busta paga ai danni delle donne.
Prendete una giovane donna neolaureata con l’ambizione sacrosanta di realizzazione professionale e al contempo di costruirsi una famiglia. Quanti sono gli ostacoli che incontra? E’ più arduo procurarsi un impiego, e una volta trovato viene retribuito meno dei colleghi maschi.
Se poi vive in una zona del nostro paese (e sono ancora tante) dove i servizi per l’infanzia non arrivano agli standard europei, la maternità rischia di diventare un ostacolo insormontabile alla carriera. Tutto questo non può essere tollerato.
Eppure nel nostro paese la parità salariale trova fondamento negli articoli 3 e 37 della Costituzione, ed è stata normata nel 1977 con la legge sulla parità di trattamento e con il decreto legislativo 198/06 (il cosiddetto codice delle pari opportunità).
Per questo occorre passare dalle affermazioni di principio ai fatti. Anche attraverso un intervento legislativo in Parlamento, inserendo la questione nell’agenda politica, senza farsi ricattare dalla priorità del lavoro ad ogni costo.
Senza una vera liberazione delle donne dalle ingiustizie perpetrate nel mondo del lavoro, non riusciremo ad opporci fino a in fondo a chi vuole relegarci in una condizione di subalternità anche sotto il profilo dei valori e dei principi.
Imponendo ad esempio un unico modello di famiglia e la filosofia retriva e inaccettabile a fondamento del disegno di legge Pillon.
“Ho sempre avuto ben chiaro che dovevo lavorare, perché non esiste femminismo che si rispetti che non sia basato sull’indipendenza economica” diceva Isabel Allende.
E allora questo 8 marzo sia davvero di speranza per tutte le donne, attraverso atti concreti arriviamo ad eliminare una delle più odiose e inaccettabili discriminazioni, quella dello stipendio.

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