Lavoro, dati Istat: è stagnazione, ma i Cinque Stelle gioiscono

Focus

Calo occupazionale di 100mila unità, aumentano gli inattivi. Gribaudo: «Imbarazzante leggere anche oggi dichiarazioni di giubilo dei 5 Stelle»

Si può gioire per uno zero? Si può brindare per un Paese immobile e senza crescita? I 5 stelle lo fanno, indossando, ancora una volta, uno degli abiti più logori e vetusti della cattiva politica: quello di piegare i numeri alla propaganda. Oggi sono usciti i dati Istat, e il nostro istituto di statistica – indipendente e quindi credibile – non è che abbia diffuso numeri da far saltare dalla gioia: la fotografia è quella di una economia stagnante, un’occupazione ferma, con tante persone inattive che non hanno più voglia nemmeno di cercare lavoro.

Il tasso di occupazione è fermo al 58,6%, diminuiscono i dipendenti permanenti (-68 mila), l’unica cosa positiva è un leggero calo della disoccupazione ma diventa subito negativa se si pensa che è aumentato il tasso di inattività (al 34,3%). Sono numeri da festeggiare?

Tutt’altro, secondo i sindacati dei lavoratori. Per Ivana Veronese, segretario confederale della Uil, siamo «in una situazione sostanzialmente statica e criticamente stazionaria», con gli indicatori Istat che mostrano «una crescita delle unità di lavoro pari allo ‘zero’ rispetto ad ottobre, un preoccupante immobilismo del lavoro subordinato e una flessione dell’occupazione femminile».

Aggiungiamo che ulteriori segnali di debolezza del mercato del lavoro sono messi in rilievo dall’Ufficio studi di Confcommercio che, proprio a partire dai dati Istat, calcola che nel periodo da maggio a novembre c’è stato un calo occupazionale superiore alle 100 mila unità.
«In linea con un quadro congiunturale in evidente stagnazione, il mercato del lavoro conferma diversi segnali di debolezza – si legge in una nota dell’Ufficio Studi – le forze di lavoro hanno smesso di crescere e la stessa riduzione, nel mese di novembre, dei disoccupati tra le fasce più giovani deriva, più che da un inserimento nel mondo del lavoro, da un’uscita verso l’inattività».
Insomma, se ci sono meno disoccupati è perché queste persone hanno perfino perso la speranza di trovare lavoro e non lo cercano più.

Il segretario generale aggiunto della Cisl, Luigi Sbarra, parla di dati Istat che «consolidano le forti preoccupazioni in merito a una stagnazione economica che colpisce soprattutto le fasce più deboli e sconta la scarsa qualità legislativa di questi mesi».
Scarsa qualità legislativa: cioè il decreto dignità, così fortemente voluto da Di Maio, ha prodotto meno lavoro, non più occupati. È il giudizio anche di Confesercenti che ritiene che il governo non abbia «messo in campo misure adeguate per la crescita, necessarie per far ripartire il lavoro, le imprese, l’economia tutta». Anzi, come osserva ancora Veronese della Uil, la «ripresa del lavoro autonomo avviene perché è «probabilmente utilizzato come ‘sostituto’ del lavoro a termine a seguito dell’entrata a regime delle nuove regole introdotte dal Decreto Dignità».

CHIARA GRIBAUDO

Chiara Gribaudo, vice presidente dei deputati Pd e in passato responsabile Lavoro del Pd, sottolinea come «ormai i 5 stelle abbiano preso il vizio di festeggiare sul nulla, dai balconi alle discoteche”, tuttavia è più che mai «imbarazzante leggere anche oggi dichiarazioni di giubilo per i dati Istat».
Gribaudo spiega, infatti, che i dati «confermano una tremenda stagnazione del mercato del lavoro italiano e dimostrano che il decreto Dignità sta producendo effetti sul tempo indeterminato solo nel breve periodo. Un rimbalzo tecnico, che sta già lasciando il posto ad un turn over fuori controllo e al sommerso: per incassare il reddito di cittadinanza, infatti, conviene lavorare in nero e non dichiarare mai niente. Le regole assurde del decreto Dignità contribuiscono a questa stortura».

C’è un altro aspetto delle misure gialloverdi che Gribaudo denuncia: «I 5 Stelle si vantano di aver reinserito la cassa integrazione per cessazione di attività, ma è come vantarsi di togliere ogni responsabilità a chi distrugge posti di lavoro. Forse pensano ai 25mila lavoratori a rischio nel settore delle costruzioni a causa del blocco delle grandi opere, come ha denunciato il sindacato degli edili, e se ne fregano delle centinaia di migliaia di occupati che si potrebbero creare se il ministro Toninelli uscisse dal suo personale tunnel in cui costi e benefici gli si incrociano davanti agli occhi, e facesse ripartire i 400 cantieri per i quali abbiamo lasciato decine di miliardi di investimenti. Ma del Paese reale – conclude Chiara Gribaudo – a M5s non frega niente, conta solo la loro propaganda social».

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