Davanti ai missili di Trump che fare? Lo sgomento del popolo pacifista

Focus

Gli appelli di Emergency, Arci, Amnesty, Unicef: intervenga la comunità internazionale, si aprano subito corridoi umanitari

E ora che fare? Indignarsi, marciare, lanciare campagne sui social? Gli uomini e le donne della Marcia della Pace Perugia-Assisi, che quest’anno non si terrà, rilanciano in Rete le parole di Eleanor Roosevelt: «Non basta parlare di pace. Uno ci deve credere. E non basta crederci. Uno ci deve lavorare». E fin qui ci siamo. Buoni propositi e grande cuore. Resta in ombra il tema: popolazioni inermi massacrate in Siria e i missili di Trump lanciati contro la base dei raid chimici. Come se ne esce? Da che parte stare?

Si interrogano i pacifisti italiani mentre crescono a ritmo vertiginoso le adesioni a #everychildismychild, la campagna su Twitter in difesa dei piccoli siriani, simbolo e carne viva di una guerra che in sei anni abbiamo quasi metabolizzato, di cui non ricordiamo più l’origine, che scandalizza solo a scoppi alternati le nostre brave e pigre coscienze occidentali.

Emergency non ha dubbi. «La strage di Idlib è stato l’ultimo gravissimo episodio della guerra in Siria. Davanti a quello scempio, c’erano due scelte: fermarsi e capire che stiamo accelerando sulla strada dell’autodistruzione o reagire con violenza alla violenza. Si è scelta la seconda. Ma l’appello di Trump ai Paesi occidentali a unirsi alla missione militare ripete una storia già vista altre volte e che ha sempre la stessa conclusione. Non sono servite le esperienze fallimentari dell’Afghanistan, della Libia e dell’Iraq, Paesi devastati da conflitti di cui non si riesce nemmeno a immaginare la fine». L’associazione medico-umanitaria fondata da Gino Strada rincara la dose e avverte: «Dall’altra parte del mondo, in Corea del Nord, si rischia di accendere un conflitto che – se sarà – sarà un conflitto nucleare. Quanti altri morti dovranno esserci prima di capire che la guerra è sempre l’opzione più disumana e inutile? Oggi possiamo ancora decidere di rinunciare alla guerra: non abbiamo altre alternative se non la distruzione e la violenza a cui stiamo assistendo. La guerra si può solo abolire ».

L’Arci in una nota, corredata da una magnifica illustrazione a sostegno del popolo siriano, si appella invece al governo italiano perché «si attivi per il cessate il fuoco, l’apertura di corridoi umanitari, perché si interrompa l’invio di armi alle varie fazioni, per far cessare i bombardamenti». La grande associazione popolare presieduta da Francesca Chiavacci in particolare punta il dito contro l’immobilismo dell’Onu e della comunità internazionale. Scrivono: «È urgente che la società civile di tutto il mondo faccia sentire la propria voce perché gli organismi internazionali svolgano il proprio ruolo con un ritrovato senso di responsabilità e si interrompa questa spirale di guerra dagli esiti imprevedibili».

Stop bombe, stop missili, stop sangue. Un percorso possibile dopo sei anni di orrori? Scriveva Adriano Sofri, su queste pagine, già nell’ottobre 2016: «E i pacifisti, quelli che di nuovo si allarmano perché la parola torna alle armi – le armi della coalizione, perché le armi dell’Isis non hanno mai taciuto – non sono anche loro candidi come colombe e come papi? Eh no! Loro non abitano a Santa Marta, dove il pianto e le esplosioni arrivano attutite». Basteranno le colombe, insomma, a far cessare questo massacro?

La direttrice generale di Amnesty International Usa, Margareth Huang, accusa senza sconti la Casa Bianca e la sua politica schizofrenica. Con precise richieste: «Il presidente Donald Trump ha detto che l’attacco è stato motivato dalla preoccupazione per le vite dei civili siriani. Ma la sua amministrazione ha mostrato un cinico disprezzo per i siriani che cercano di fuggire per salvarsi la vita. Gli chiediamo di revocare immediatamente il Muslim ban e di porre fine alle restrizioni nei confronti dei rifugiati siriani». E aggiunge: «Negli ultimi sei anni il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non è stato in grado di proteggere la popolazione civile siriana. Anzi, ha rafforzato la convinzione in tutte le parti in conflitto che potessero compiere crimini atroci impunemente – conclude -. È fondamentale che gli stati membri del Consiglio di sicurezza adottino una risoluzione per avviare un’indagine sul terreno circa l’attacco chimico di Khan Sheikhoun e per far sì che i responsabili ne rispondano di fronte alla giustizia».

Saranno ascoltate queste parole giudiziose, sagge? Sventolerà ancora, da qualche parte, la bandiera dell’arcobaleno? Avrà vento a sufficienza per cambiare le sorti della mattanza in Siria? Ieri sera a Piacenza si è tenuta una manifestazione a sostegno dei piccoli siriani, le prime vittime della follia sanguinaria degli adulti. Hanno sfilato in tanti. Cittadini, sindacalisti, pacifisti. Con il magone e un senso feroce di impotenza. Lo stesso che prova Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia che lancia l’ennesimo, disperato appello. «Non ci sono figli di Assad e dei ribelli, le vittime sono i bambini, per una guerra che non hanno voluto – ha detto all’Ansa -. L’Onu ha smesso di contarli nel 2013, quando i morti erano circa 11 mila. Ora si teme che le vittime minori si siano almeno quintuplicate, se non di più. Preghiamo, scongiuriamo la comunità internazionale perché ponga fine a questo calvario costato la vita ad oltre 500mila persone».

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