La guerra commerciale di Trump che non piace agli americani

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L’alto tasso di instabilità causato dalla spericolata politica dei dazi dell’amministrazione Usa ha messo in guardia gli imprenditori americani, che ora iniziano a dubitare sugli effetti reali della guerra commerciale avviata da Trump

Dalla mezzanotte americana sono diventati effettivi i dazi al 25% imposti dal presidente Usa Donald Trump su 818 prodotti importati dalla Cina. Si tratta della prima tranche di un’azione complessiva di 50 miliardi di dollari. A meno che, come spesso è accaduto con l’imprevedibilità dell’amministrazione Usa, ci sia una nuova retromarcia e la seconda ondata di dazi, del valore di circa 16 miliardi di dollari l’anno, non venga più introdotta.

Già a metà maggio sembrava infatti che alla Casa Bianca ci fosse stato un ripensamento, ma poi l’amministrazione Trump ha preferito tornare sui suoi passi e procedere con la sua guerra con Pechino.

Quello con la Cina non è però l’unico fronte aperto. Le reiterate minacce di introdurre dazi sulle auto europee potrebbero inasprire ancora di più il fronte già aperto con Bruxelles. L’Europa, in un primo momento, era pronta a rispondere ai dazi a stelle e strisce con la stessa ricetta. Ma ora la cancelliera Angela Merkel (supportata dalle principali case automobilistiche tedesche) è intervenuta per aprire ad una possibilità alternativa che preveda “una riduzione generale delle tariffe sull’import dell’auto”.

Ad aumentare la confusione in questo gioco incrociato di dazi e minacce, c’è stata poi la temporanea risposta arrivata ieri da l’Ue ai balzelli Usa introdotti su acciaio e alluminio a maggio. L’Unione europea, dopo l’introduzione dei dazi lo scorso 22 giugno su diversi prodotti americani per un valore di 2,8 miliardi di dollari, ha infatti dato l’ok alle misure di salvaguardia provvisorie per proteggere i produttori europei dall’inondazione del mercato Ue di acciaio proveniente da Paesi terzi, dopo le deviazioni dei flussi commerciali dovute ai dazi Usa. Il provvedimento definitivo dovrà essere adottato a metà luglio e prevede, tra quote e dazi, un sistema di limitazioni alle importazioni nell’Ue per fare in modo che queste continuino a rispecchiare i flussi commerciali storici.

In tutto questo come va veramente l’economia americana? Molti osservatori internazionali si sono spesi in questi mesi nel criticare l’atteggiamento di Trump e nel dubitare fortemente sull’efficacia economica, prima ancora che politica, delle sue ricette. Ma le critiche non sono arrivate solo da fuori. Anche tra coloro che dovrebbero beneficiare in prima persona delle misure adottate dai Repubblicani c’è turbamento.

L’escalation tra Usa, Cina e Europa sta producendo diverse conseguenze positive per i produttori americani, ma forse non sufficienti a compensare quelli negativi. Questa settimana il Financial Times ha riportato i risultati raccolti da due diversi sondaggi realizzati dall’ISM (Institute for Supply Management) e da IHS Markit. Pur nella generale euforia degli imprenditori, che hanno visto crescere la loro produzione in maniera considerevole, entrambi i sondaggi hanno riscontrato che molti produttori segnalano costi crescenti e crescenti difficoltà nell’approvvigionamento dei componenti.

Con la guerra commerciale in corso, l’incertezza del mercato Usa è sempre in balia dell’ultima dichiarazioni. A volte persino dell’ultimo tweet. Un clima che ha portato gli imprenditori americani su posizioni meno espansive. La conseguenza immediata è che ora le imprese americane sono molto più caute nell’assumere nuovi dipendenti e altrettanto prudenti negli investimenti, nonostante la crescita registrata negli ultimi anni. Forse la Trumponomics ha già i giorni contati, e le ragioni della sua fine non saranno da ricercare fuori, ma dentro i confini americani.

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