Smontiamo le bugie / E’ vero che il Pd ha favorito l’immigrazione clandestina?

Focus

Secondo la propaganda della destra (e non solo) il governo negli ultimi anni non ha fatto abbastanza per limitare i flussi. Numeri alla mano, vediamo se è vero

“Il governo negli ultimi anni ha aperto le porte agli immigrati clandestini”. Oppure: “E’ in corso una sostituzione etnica in cui a soccombere saranno gli italiani”. E ancora: “L’Italia non sta facendo niente per limitare gli sbarchi sulle nostre coste e fermare l’immigrazione clandestina”. Queste frasi sono state pronunciate, negli ultimi mesi, da una serie impressionante di politici nostrani, impegnati a screditare il lavoro del governo da una parte e alimentare, per poi cavalcare strumentalmente, le paure dei cittadini italiani. E alla parole è seguita la propaganda, con la diffusione capillare di fake news, che ha fatto sì che milioni di italiani vedessero nell’immigrazione una minaccia contro la quale i governi degli ultimi anni non hanno fatto abbastanza.

Il contesto internazionale è completamente cambiato

In questa campagna elettorale sentirete spesso dire agli esponenti del centrodestra, Berlusconi in primis, che quando al governo c’erano loro gli sbarchi erano ai minimi storici. Erano anni in cui la situazione, nei Paesi arabi e del Mediterraneo, era sostanzialmente stabile. L’Italia nel 2008 aveva firmato un accordo con la Libia di Gheddafi (costato 5 miliardi di dollari) in cui il colonnello di Tripoli si impegnava a bloccare le partenze di migranti verso l’Italia. Eguali accordi esistevano tra gli stessi Paesi europei e altri Paesi che si affacciavano sul Mare Nostrum. Poi vennero le Primavere Arabe e il quadro cambiò completamente.

La guerra in Siria e le crisi umanitarie in Africa

Mentre il mondo assisteva alle “rivoluzioni” (o presunte tali) in Tunisa, Algeria, Libia ed Egitto, in tutta quell’area si creavano delle condizioni di forte instabilità politica e sociale. Sulla stregua di quanto avvenne nel Maghreb, anche in Siria esplosero le rivolte contro il regime di Bashar al-Assad. Ma a Damasco – diversamente da quanto avvenne altrove – non ci fu alcuna destituzione. La Primavera Araba siriana fu l’inizio, tra il 2011 e il 2012 di una guerra civile che infuria ancora oggi, che ha visto l’impegno più o meno diretto, di Russia, Stati Uniti, Turchia, Unione Europea in ordine sparso, che ha fatto riesplodere conflitti e rivendicazioni sopite (come quelle del popolo curdo) e che ha visto nascere e diffondersi le teorie deliranti e fondamentaliste del califfato islamico. Ancora oggi non c’è pace in Siria, così come in Iraq, in Afghanistan, nello Yemen. Queste situazioni, insieme alle crisi umanitarie del Corno d’Africa, al minacce terroristiche in Nigeria, nel Mali, in Niger e all’instabilità politica del Nordafrica ha creato le condizioni per un’esplosione del fenomeno migratorio verso l’Europa.

Esplode il fenomeno migratorio

Il 2016 è stato un anno di passione sul fronte migrazioni. Lo era già stato il 2015, e ancora prima il 2014. La guerra in Siria si è trasformata in vera e propria catastrofe umanitaria, e centinaia di migliaia di profughi si sono riversati in Europa attraversando il mare che separa Turchia e Grecia, insieme a moltissimi altri migranti provenienti da Afghanistan e Iraq. Il flusso, che ha portato al famoso milione di profughi in Europa nel 2015, si è interrotto a marzo 2016 quando l’Unione Europea ha stretto un accordo con la Turchia, delocalizzando sostanzialmente la gestione dei profughi in arrivo in cambio di sei miliardi di euro. Si è contemporaneamente assistito a un costante incremento dei flussi di migranti in arrivo dalle coste nord africane, libiche soprattutto, verso l’Italia. Questo flusso ha portato oltre 180mila persone a sbarcare in Italia nel 2016, mai così tante. E 5.022 persone a morire attraversando il Mediterraneo, mai così tante.

2017, l’anno dell’inversione di tendenza

Il flusso che è proseguito fino metà 2017, salvo poi rallentare a partire da luglio. Secondo i dati Unhcr, tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2017 sono sbarcate in Italia 119.247 persone. Un dato in netta diminuzione rispetto al 2016, quando arrivarono 181.436 persone (-34%). Tra gennaio e giugno 2017 sono arrivate 83 mila persone, il 18% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Tra luglio e dicembre 2017 sono arrivate 36 mila persone, il 67% in meno rispetto allo stesso periodo del 2016.

I Paesi di provenienza più rappresentati nel 2017 sono stati: Nigeria (16% degli arrivi, circa 18 mila persone), Guinea, Costa d’Avorio e Bangladesh (tutti tra l’8 e il 9% degli arrivi, circa 9-10 mila persone a paese). Seguono Mali, Eritrea, Sudan, Tunisia, Marocco, Senegal, Gambia.

Se consideriamo gli sbarchi su tutte le coste europee, tra il 1 gennaio e il 31 dicembre 2017 sono arrivati via mare in Europa 171.332 migranti. Oltre che in Italia ci sono stati sbarchi in Grecia, anche se a ritmi molto più bassi di quelli pre accordo con la Turchia, e si è riaffacciata la Spagna come terra di sbarco.

Nel 2017 sono arrivati in Grecia 29.718 migranti, contro i 173 mila del 2016. Più della metà delle persone sbarcate in Grecia nel 2017 sono siriane, seguite da iracheni e afghani.

22 mila migranti sono poi arrivati in Spagna, in aumento rispetto agli 8 mila del 2016. I paesi di provenienza sono soprattutto Marocco, Algeria, Costa d’Avorio, Guinea e Gambia.

Le strategie politiche italiane ed europee

Nonostante il tema migrazioni sia in cima all’agenda politica continentale ormai dal 2014, l’Europa fatica a trovare una quadra a causa di posizioni inconciliabili tra i suoi stati membri, tra chi fa la prima accoglienza (Italia e Grecia), chi accoglie già numeri importanti di migranti e rifugiati (Austria, Svezia), chi aveva spalancato le porte ma poi ci ha ripensato (Germania), chi non ne vuole sentir parlare (blocco di Visegrad) e chi nell’Europa non ci sta più (Regno Unito).

La chiusura della rotta Libia-Italia era stata annunciata fin da inizio anno come il vero obiettivo del 2017. A inizio febbraio è stato siglato un primo accordo tra Italia e Libia, che è stato poi gradualmente rafforzato fino ad arrivare ad una notevole riduzione delle partenze a partire da luglio. La netta diminuzione degli arrivi sulle coste italiane deriva quindi dalla diminuzione delle partenze dalla Libia, ma anche da una rinvigorita attività di controllo lungo tutta la rotta africana, soprattutto in Niger.

Il ricollocamento dei profughi in Europa

Oltre al controllo dei flussi dall’esterno, l’altro grande asset su cui si decide la strategia europea in materia di migrazioni è quello della cosiddetta relocation, il ricollocamento dei profughi in modo che siano distribuiti più equamente tra gli stati dell’Unione Europea. L’accordo, stipulato a settembre 2015, prevedeva inizialmente il ricollocamento di 160 mila persone da Grecia e Italia ad altri paesi europei entro settembre 2017. Il processo è stato fin dall’inizio costellato di ostacoli, tanto che la Commissione Europea ha dovuto ridurre il target a 106 mila persone e prorogare l’iniziativa. Purtroppo, alla data del 3 novembre 2017 sono state rilocate solo 31 mila persone: il 29% rispetto all’obiettivo fissato più di due anni fa.

Il trattato di Dublino e le bugie della destra

Il dibattito pubblico italiano, negli ultimi anni, è stato spesso incentrato sul cosiddetto trattato di Dublino. In particolare sull’articolo 13 di quella Convenzione, che recita: “Quando è accertato che il richiedente ha varcato illegalmente, per via terrestre, marittima o aerea, in provenienza da un paese terzo, la frontiera di uno Stato membro, lo Stato membro in questione è competente per l’esame della domanda di protezione internazionale”. In piena campagna elettorale, Silvio Berlusconi è andato in tv da Barbara D’Urso a sostenere che “l’emergenza migranti è colpa di Renzi e della sinistra che hanno firmato il trattato di Dublino”. In realtà l’attuale versione del regolamento di Dublino (Dublino III) è stata sottoscritta dal governo italiano nel 2013, quando il Presidente del Consiglio era Enrico Letta. Ma è l’accordo di Dublino II (ratificato dal nostro Paese nel 2003, quando al governo c’era la destra) che ha reso operativo il regolamento sulla gestione dei meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo. Il regolamento di Dublino II trasformò e rese operativa la Convenzione di Dublino (detta appunto Dublino I) che risale al 1990 e che fu ratificata nel 1997.

 

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