Quel capolavoro di ipocrisia chiamato Decreto dignità

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La precarietà non si sconfigge seguendo l’andamento di giornata: da qualunque parte lo si prenda, il provvedimento manca il bersaglio

Se l’obiettivo del decreto Di Maio ( lasciamo perdere l’espressione “dignità, perché quella è persa da tempo) era quello di rendere più stabile e meno precario il contratto di lavoro, il risultato è semplicemente fallimentare.

Da qualunque parte lo si prenda, il decreto manca il bersaglio.

Per contrastare la precarietà si deve agire sulla “convenienza” dei contratti a tempo indeterminato, qui semplicemente si fanno costare di più quelli a tempo determinato. Se si vuole creare più occupazione devi agevolare le imprese ad assumere e non ostacolare il percorso con più burocrazia e maggiori vincoli. Ci si preoccupa, giustamente, dell’eccessiva precarizzazione dei rapporti di lavoro, ma si colpiscono obiettivi sbagliati .

Se si voleva smantellare il jobs act siamo al paradosso, perché prima della nostra riforma esistevano migliaia di cococo e coproco che fortunatamente il jobs act ha sensibilmente ridotto, facendo leva anche sugli incentivi alle imprese. Adesso si pensa che per creare stabilità si debba solo limitare l’uso dei contratti a termine in una visione “punitiva”, che mette insieme aziende e lavoratori.

Altro bersaglio sbagliato: il decreto obbliga le aziende a reinserire, dopo 12 mesi, le causali. Il Jobs act aveva ridotto il contenzioso dell’80% mentre adesso, con questa norma, daremo lavoro esclusivamente agli studi professionali. Un risultato che suona anche come una beffa per le migliaia di ragazzi precari in cerca di “stabilità”. Insomma, un capolavoro di ipocrisia.

Invece di agitarsi, come ha fatto il ministro Di Maio per la relazione che accompagna il decreto e che spiega come il provvedimento possa produrre una perdita di oltre 8000 mila posti all’anno, il governo prenda seriamente in considerazione la nostra proposta di ridurre il cuneo fiscale di 4 punti in 4 anni. Non si deve aumentare il costo dei contratti a tempo determinato senza diminuire quelli a tempo indeterminato.

Abbiamo già predisposto una serie di emendamenti al decreto che prevedono un taglio strutturale del cuneo fiscale.
Quanto alla proposta che abbiamo ascoltato da Di Maio in Tv e letto sui giornali, ricordiamo al ministro che la norma già esiste e si trova nelle legge 92/2012. Tale legge prevede infatti che in caso di trasformazione di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato, venga restituita ai datori di lavoro una addizionale dell’1,4%, a parziale abbattimento del costo del contratto a tempo indeterminato.

Per gli stessi motivi già espressi, riteniamo totalmente sbagliato equiparare la somministrazione ai contratti a termine. E’ una confusione che comporta un effetto opposto a quello a cui il ministro dice di lavorare e si rischia di perdere ancora posti di lavoro. Occorre infatti ricordare al ministro Di Maio che l’aumento del costo del contratto a termine, anche per la somministrazione -come previsto dal decreto- non determina automaticamente la stipula di nuovi contratti a tempo indeterminato, come peraltro ha evidenziato la stessa relazione che accompagna il decreto.

Infine una considerazione sui voucher. Se Di Maio ha cambiato idea lo dica apertamente. Un anno fa era a favore del referendum della Cgil per la loro abolizione. Poi ha promesso di erigere addirittura un muro di cemento armato contro la loro eventuale reintroduzione. E ora, che fa? Apre alla possibilità di reintrodurli in certi settori. Di Maio fiuta il vento ma la precarietà non si sconfigge seguendo l’andamento di giornata.

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