Precarietà di Stato

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Il governo per decreto agevola sommerso, incertezze, smantellamenti e, di fatto, le famigerate esternalizzazioni di moda tra i piazzaioli. Con l’assenza di misure su costo del lavoro, stabilizzazioni e investimenti

Il lavoro torna alla precarietà di Stato. Per un governo che per decreto agevola sommerso, incertezze, smantellamenti e, di fatto, le famigerate esternalizzazioni di moda tra i piazzaioli. Con l’assenza di misure su costo del lavoro, stabilizzazioni e investimenti.

Mentre il Jobs Act continua ad esistere, le considerazioni sono anche – e soprattutto – di natura politica. Sulla valenza che il “dignitoso” decreto può ed intende assumere, ammiccando al mirabolante mondo di una sinistra che fa da stampella ad un pezzo della destra in auge. Quel M5S sempre più convinto di poter rappresentare l’anima “rossa” della politica italiana, con misure di impatto sociale finora ferme alle promesse elettorali. Utili, però, a scrivere  un romanzo con pochi protagonisti e tante comparse che servono a sdoganarsi con legittimazione, finendo di uccidere la controparte che finge di opporsi.

In attesa che parti sociali, sinistre varie e retorici un tanto a parola emanino un fiato sulle scelte assunte (nel frattempo Corso d’Italia sopravanza tutti col suo piglio ispiratore), l’Istat consegna i nuovi numeri sull’occupazione. Che raccontano una situazione in progressivo miglioramento e superiore ai dati di crescita del 2008. Pur nella percezione di un mese sempre più corto e di una sopravvivenza da agguantare con le unghie e con i denti.

Il governo del “4 dicembre” trionfa, pertanto, su tutta la linea. Aspettando un sussulto – anch’esso “di dignità” – dell’unico baluardo alla deriva in atto. Che magari capiremo meglio il prossimo 7 luglio in occasione dell’ennesima adunata da cui usciremo più confusi di prima. Com’è nelle corde di una forza un tempo riformista che ora subisce l’agenda delle alleanze possibili, intuendo che vivacchiare è meglio che vivere. Con un “nemico” solo virtuale a cui contrapporre la sostanza di un appoggio per non uscire dal giro che conta. Lo stesso chiamato a gestire una nazione che fugge da ogni ripresa, mortificata dall’impronta di un opinionismo che si sostituisce al dovere di esporre una cronaca. Un mestiere sempre più complicato dalle ingerenze di una politica da ingraziarsi orientandola (ma qua e là c’è ancora qualche eccezione), quasi fosse un “colpo di stato” dove per primo si occupano le redazioni. Un modo altro per tenere in ostaggio il Paese, con un linguaggio ed un pensiero che prima o poi ci seppelliranno. Ma con buona pace di chi potrà manifestare su un “profumo di sinistra” sempre più simile agli effluvi di una decomposizione.

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