Decreto Di Maio, addio assunzioni in occasione delle punte stagionali

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lavoro stagionale

Qualcuno informi Di Maio che ritornare alle causali significa rivivere una esperienza già conosciuta e dagli effetti ben noti

C’era una volta la legge 230 del 1962… che consentiva di apporre un termine al contratto solo in presenza di causali specifiche. C’era una volta, perché lo schema del legislatore onnisciente che regola tutto con una unica norma si scontrò, in un’epica battaglia, con la questione delle “punte stagionali” di attività (non con le attività stagionali che sono ben altra cosa).

E dopo una quantità infinita di cause giudiziarie, convegni, dibattiti, discussioni e soprattutto di costi sopportati da imprese e lavoratori, quello schema ne uscì sconfitto. E la stessa cosa accadrà – temo – con il decreto Di Maio, che consente di stipulare un contratto a termine solo per esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività (lett. a) ovvero per esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria (lett. b).

E le punte stagionali? È possibile stipulare un contratto a termine per incrementi dell’attività ordinaria in specifici periodi dell’anno (Natale, Pasqua, inizio vacanze, inizio scuola…)? Stando al decreto Di Maio la risposta è secca: no.

La “punta stagionale” è sicuramente una esigenza temporanea e oggettiva, ma non è estranee all’ordinaria attività; dunque è fuori dalla fattispecie prevista nella lett. a). È sicuramente una esigenza connessa a incrementi temporanei e significativi dell’attività ordinaria ma poiché tali incrementi sono ben noti in anticipo, in quanto reiterati nel tempo, l’incremento di attività per punta stagionale è programmabile, dunque è fuori dal campo di applicazione della lett. b).

E allora? Allora… si iniziò nel 1979 ad allargare le maglie dei contratti a termine nel settore del commercio. Poi arrivarono anche gli esattori dei pedaggi autostradali nel fine settimana e si decise nel 1987 che forse, per evitare continui contenziosi soprattutto con le autorità amministrative, era meglio cedere integralmente la mano alla contrattazione collettiva, perché le ragioni del ricorso al contratto a termine non sono facilmente definibili con una norma di legge generale ed astratta, unica per tutti i settori produttivi e per tutto il territorio nazionale.

Alla fine, e in tempi più recenti, si decise di rinunciare a causali, o causaloni, di vario genere ma sempre forieri di incertezza interpretativa ed applicativa, per focalizzare l’attenzione su due diversi ordini di limiti: il numero delle proroghe e dei rinnovi, nonché la durata complessiva del rapporto contrattuale.

Qualcuno informi Di Maio che ritornare alle causali significa rivivere una esperienza già conosciuta e dagli effetti ben noti: una ripresa della conflittualità giudiziaria che genera, a sua volta, una resistenza imprenditoriale a colmare segmenti di occupazione temporanea o a coprirli con uno scivolamento verso il sommerso o altre tipologie contrattuali meno tutelate.

Insomma, il classico effetto perverso: generare occupazione precaria introducendo norme che la precarietà vorrebbero contrastare. Una risposta sbagliata ad un problema reale.

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