Sgomberi e violenze. Piccola cronistoria dell’odio di governo

Focus

I migranti non saranno espulsi dall’Italia, perché quelle di Salvini erano solo slogan elettorali, e andranno a ingrossare le fila dei clandestini

Il Cara di Castelnuovo dovrebbe essere solo l’inizio. Fra sgomberi e ‘progressivi svuotamenti’, come Salvini definisce la cancellazione dei C.a.r.a., i centri di accoglienza per i richiedenti asilo, e dei C.a.s., i centri di accoglienza straordinaria, gli interventi di sgombero o di allontanamento segnano il cammino politico del leader leghista, che dell’abbandono per strada di uomini, donne e bambini migranti, ne ha fatto bandiera e vanto.

Una delle prime operazioni è quella del 4 settembre 2018. In piazza Don Mapelli, a Sesto San Giovanni, dove la polizia sgombera una palazzina di Alitalia. È occupata abusivamente: una parte degli abitanti sono italiani, povere famiglie, l’altra stranieri, alcuni mandati lì addirittura dai Servizi sociali di Milano. Alla fine dell’operazione, in strada ci sono venticinque bambini. Nessuno sa dove portarli, e così gli agenti in assetto antisommossa decidono di farli tornare nei locali appena sgomberati.

Il 13 novembre, al mattino presto, la polizia si presenta coi blindati al centro Baobab, la tendopoli allestita dai volontari di Baobab Experience a piazzale Maslax, dietro la Stazione Tiburtina a Roma. La struttura serve da punto di raccolta per migranti in transito. Al seguito delle forze dell’ordine c’è anche una ruspa: centinaia di persone che vivono in tende e gazebo assistiti dei volontari, sono identificate, mentre il campo viene sgomberato.

Con l’entrata in vigore del decreto sicurezza, migliaia di migranti rischiano di finire per strada: forse 40 mila.
Le prefetture, in applicazione della normativa, ordinano l’allontanamento di tutti gli stranieri che, pur in possesso del permesso di soggiorno umanitario e pur avendo diritto di stare in Italia, non hanno i requisiti per beneficiare del diritto d’accoglienza. Sembra una contraddizione legislativa, eppure è così, e probabilmente è voluta.

A Isola di Capo Rizzuto, a fine novembre dello scorso anno i migranti sono allontanati dal Cara e portati in stazione: non hanno più un posto dove tornare né sanno dove andare.
Ai primi di dicembre altre decine sono lasciate fuori dai CAS in provincia di Caserta, mentre a Mineo, in provincia di Catania, la cacciata dei migranti è temporaneamente rinviata per intervento del vescovo, ma alla fine saranno 170 persone cacciate, senza più un posto dove abitare.

La prossima meta del ministro dell’Interno è proprio Mineo: Salvini intende portare a termine l’operazione e chiudere completamente il centro. Nel calendario degli sgomberi forzati del leghista, ci sono anche le strutture di Bologna, Crotone, Bari e Borgo Mezzanone (Foggia), centri che al momento ospitano circa seimila stranieri che dovranno essere redistribuiti.

Molti di loro si troveranno in una sorta di vuoto kafkiano, non solo amministrativo e burocratico, ma anche fisico: da una parte non saranno espulsi dall’Italia, perché le promesse di rimpatrio fatte da Salvini sono rimaste slogan elettorali; dall’altra non possono rientrare nei circuiti di accoglienza governativi. Andranno a ingrossare l’esercito dei clandestini, una massa a rischio che il decreto sicurezza sta pericolosamente gonfiando.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli