Perchè LeU ha sbagliato ad astenersi sul 2,4%

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Una scelta ideologica: l’innalzamento del deficit non è separabile dai pessimi contenuti della manovra

Nessuna novità di rilevo dal dibattito al Senato sulla Nota di aggiornamento del Def, ma tutti sanno che si tratta di una discussione finta perché i contenuti veri della manovra devono ancora essere definiti. Nella genericità del dibattito però è emersa una piccola novità che ci permettiamo di mettere in evidenza: i voti espressi dal gruppo di Liberi e Uguali.

Poiché da tutte le parti si discute con grande passione sull’assenza di un’opposizione, è opportuno porsi delle domande sul tipo di voti che vengono espressi in Parlamento, teatro principale, ancorché malmesso,  della battaglia fra maggioranza e opposizione.

E dunque: il partito di Bersani ha votato contro il Def ma si è astenuto sullo scostamento del deficit, il famoso 2,4%. In teoria si tratta di una scelta coerente, giacché LeU perora da sempre la causa del deficit spending, rifiutando la logica stretta delle compatibilità di bilancio dettate dall’Europa. Nulla di male. Anche il Pd – viene spesso rinfacciato a Renzi – ha sostenuto le ragioni di un innalzamento del deficit.

Ma il punto è un altro: per fare che cosa? Giacché è evidente che un conto è sforare per finanziare, che so, un grande piano per l’occupazione e il welfare, un altro per buttare i soldi dalla finestra. Sembra dunque di scorgere qui un punto di sostanziale differenza culturale: c’è una sinistra ideologica che vota indipendentemente dal contesto e c’è una sinistra di governo che non ha tabù ma valuta soprattutto gli effetti politici di una scelta. In ogni caso, non è un bel modo di inaugurare una durissima stagione di opposizione quello di dareo disco verde ad una scelta come quella del 2,4% che è il presupposto di una manovra pazzesca e che mette a rischio gli interessi di lavoratori, giovani e pensionati. E davvero non si vorrebbe – ma forse questa è una preoccupazione eccessiva – che con questo voto astensione sul 2,4 % si ammiccasse ad un pezzo almeno della maggioranza, i Cinque Stelle.

In verità, ascoltando Stefano Fassina viene persino il dubbio – questo sì, fondato – di una sorprendente e paradossale sintonia con la Lega. Bastava sentirlo stamane a Omnibus tenacemente a difesa della rottura gialloverde nei confronti dell’Europa; e d’altra parte, fondando l’associazione “Patria e Costituzione”, il dirigente di LeU (o di una sua componente, Sinistra italiana, non sapremmo dire) aveva detto: “Combattiamo per una Germania europea in un’Europa unita di democrazie sovrane”, cioè tutto il contrario dell’impostazione dei progressisti europei che restano fedeli all’idea antica e oggi così avveniristica della cessione di sovranità dei singoli paesi a favore di una nuova Europa democratica, unita, sociale. E’ un tema delicatissimo su cui converrà discutere a fondo in vista del cruciale appuntamento elettorale di maggio.

 

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