La crescita può attendere

Focus
Giovanni Tria, def

Il dato di crescita è sovrastimato, il debito non scenderà sotto il 130 percento, aumenterà l’Iva. E tutto violando l’articolo 81 della Costituzione

Non è finita. Qualcuno aveva malignato su twitter definendolo #DEFunto, ma finalmente ieri sera, dopo una settimana di annunci, di brindisi e festeggiamenti, minacce e proclami, è stata consegnata alle Camere la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanze.

Saltano subito all’occhio contraddizioni e problemi. Ad esempio, il dato che riguarda la crescita è spinto fino all’1,5% del Pil per il 2019, ma tutte le stime degli esperti e degli organismi internazionali indicano una crescita inferiore, intorno all’1% per il 2019: se la spinta propulsiva non ci sarà, dove si prenderanno le risorse mancanti? Inoltre, si prevede che il debito non scenderà sotto il 130% del Pil nel 2019.
Altro elemento di sconforto per famiglie e imprese: fra due anni gli italiani dovranno pagare più Iva. L’aumento partirà dal 2020 e servirà a finanziare le promesse elettorali di Salvini e Di Maio. Insomma, danno con una mano e prendono con l’altra.
Emblematico, poi, che proprio la maggioranza leghista e grillina – la quale aveva accusato i precedenti governi di ‘svendere’ il patrimonio pubblico – pur di far cassa abbia previsto nella manovra miliardi su miliardi di privatizzazioni.
Rinviato alle calende greche il “pareggio di bilancio strutturale” che era stato ottimisticamente previsto nel 2020: «Il pareggio di bilancio in termini strutturali sarà raggiunto gradualmente negli anni a seguire», scrive il governo, quando «la crescita e la disoccupazione saranno tornati ai livelli precrisi».

Questa mattina, i mercati non hanno accolto benissimo la manovra economica, anzi. La borsa di Milano accoglie con freddezza i numeri della nota di aggiornamento al Def. L’indice Ftse Mib cede lo 0,33% a quota 20.547 punti. Segno meno per le banche (-0,99% Intesa Sanpaolo e -0,8% Mediobanca) con lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi in risalita a 282.

Critiche le opposizioni politiche. Stamattina, il segretario del Pd Maurizio Martina a Rai Radio Anch’io ha sottolineato che «Questa manovra è profondamente ingiusta. Spende miliardi di euro senza avere in testa le imprese e le famiglie. Il sud ne esce profondamente dimenticato».
Su Facebook, il deputato Pd Luigi Marattin commentando a caldo la nota di aggiornamento al Def, ironizza su quello che il governo Conte aveva definito il “massiccio programma di investimenti pubblici”: appena 3,4 miliardi nel 2019 (lo 0,2% del Pil). «Questa potenza di fuoco – scrive Marattin – dovrebbe causare, ai loro occhi, un tasso di crescita nei prossimi superiore di circa il 50% alle stime dei principali istituti internazionali».
Marattin e il costituzionalista e deputato Pd Stefano Ceccanti denunciano, poi, la violazione dell’articolo 81 della Costituzione: «Nella relazione al Parlamento, per la prima volta, – accusa Marattin – non è motivato lo sforamento del percorso di riduzione del deficit strutturale. Palese violazione della legge 243/2012, attuativa dell’art.81 della Costituzione». Aggiunge Ceccanti: «I limiti in Costituzione sono cose serie che si scrivono da sobri per le situazioni in cui ci si potrebbe ubriacare. Qui ci si ubriaca del possibile consenso elettorale di breve termine, ma quei limiti esistono e non si possono superare impunemente».

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