Della manovra del popolo resta solo la propaganda

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Drastico taglio alla Legge di Bilancio imposto da Bruxelles. Conte assicura che “tutti gli impegni verranno rispettati nei tempi prestabiliti”. Ma non è possibile

Accordo raggiunto, procedura d’infrazione evitata. Almeno per ora, il governo italiano può tirare un sospiro di sollievo. Il collegio dei commissari europei riunito a Bruxelles ha infatti confermato che l’intesa è stata raggiunta, ed è stata resa possibile da un significativo passo indietro dell’esecutivo Conte sul deficit. I giallo-verdi infatti, dopo i proclami iniziali che sono costati valanghe di soldi al sistema Italia, sono stati evidentemente folgorati sulla via di Damasco (c’è chi dice che Salvini e Di Maio siano stati convinti, come prassi, dai sondaggi) e hanno deciso di arretrare, tagliando almeno una decina di miliardi di spesa in deficit dalla Legge di Bilancio.

Cifre che ovviamente il premier Giuseppe Conte si è ben guardato dal rivelare nel corso della sua informativa al Senato, in cui ha confermato che “il governo manterrà tutti gli impegni presi, nei tempi prestabiliti”. Frasi che cozzano con quanto affermato dal commissario Valdis Dombrovskis, che ha parlato esplicitamente di rinvii di reddito di cittadinanza e riforma della legge Fornero con l’introduzione della fatidica quota 100. E’ per questo che, fanno sapere da Bruxelles, Roma resterà sotto stretto monitoraggio Ue. A gennaio, infatti, la commissione verificherà che il testo finale della manovra, di cui ancora non si ha traccia, rispetti gli impegni assunti formalmente da Conte e Tria. In caso contrario, anche sotto la pressione di molti Paesi nordici che già storcono la bocca, la procedura per debito potrebbe tornare immediatamente sul tavolo.

Di fatto, dice l’ex premier Paolo Gentiloni, “si tratta della prima volta in cui la legge di bilancio viene varata a Bruxelles. Sovranisti senza sovranità, lo sforzo economico di sei anni liquidato in sei mesi”. Il governatore del Lazio e candidato alla segreteria del Pd Nicola Zingaretti punta il dito contro Matteo Salvini e Luigi Di Maio: “La loro credibilità è sottoterra, hanno raccontato bugie prive di fondamento”.

E non è un caso che i due vicepremier si siano tenuti ben lontani dal premier Conte, mentre quest’ultimo al Senato cercava di rassicurare tutti, mostrando spavalderia. “Tutte le promesse che abbiamo fatto ai cittadini verranno mantenute”.  Peccato ch queste affermazioni fanno a pugni con la dura realtà dei conti, messi ancora più in ginocchio dall’assurdo braccio di ferro degli ultimi mesi. Il rapporto deficit/Pil passa dal 2,4% (quello per cui i Cinque Stelle hanno inscenato il vergognoso teatrino dei festeggiamenti dal balcone di Palazzo Chigi) al 2,04% (che, nonostante il patetico tentativo di confondere i cittadini, corrisponde a miliardi di euro). Nel 2020 lo stesso rapporto è previsto all’1,8% e nel 2021 all’1,5%. Con una crescita rivista al ribasso (1%) e a serio rischio di ulteriore ridimensionamento, anche rispettare questi impegni sarà gravoso.

Davanti a tutto ciò, Conte (in Aula), Salvini e Di Maio (sui social e in tv) continuano a dire che reddito di cittadinanza e quota 100 entreranno in vigore entro il mese di marzo. C’è da aspettarsi che prima delle europee qualche misura spot verrà messa in campo, ma la sostanza è che le promesse non possono essere mantenute. Non solo, oltre al danno la beffa. Le tasse sono destinate ad aumentare, come si evince dalla necessità esplicitata da Dombrovskis (e confermata da Conte) di inserire clausole di salvaguardia, quindi aumenti automatici dell’Iva e delle accise, per “coprire i costi di reddito di cittadinanza e quota 100 nel 2020 e 2021”.

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