Caso Facebook, come cambiare la democrazia con un ‘mi piace’

Focus
dati facebook, cambridge analytica

Condizionare una società democratica attraverso internet non è impossibile, anzi è piuttosto facile. E non ci sono solo i dati Facebook: il caso della Lega

“I dati di Facebook sono in vendita in tutto il mondo. I dati sono tutti lì, loro si prendono la vostra roba gratis e monetizzano grossi margini. Si prendono la vostra vita”: le parole di Steve Bannon, pronunciate a un convegno del Financial Times a New York, sono abbastanza inquietanti per indurre non solo i cittadini, ma anche i governi e i politici di tutta Europa, a riflettere sulle possibili contromisure, soprattutto in vista delle elezioni europee del 2019.
Non si tratta di ‘credere’ o ‘non credere’ a Facebook. Si tratta di capire come funziona Facebook.

Facebook c’è perché ci sono i tuoi dati

In un lancio di stamattina, intitolato “Dietro le piccole correzioni di Facebook: stanno difendendo la propria attività pubblicitaria”, l’agenzia di stampa americana Associated Press spiega in modo chiaro perché il colosso digitale fondato nel 2004 da Mark Zuckerberg in realtà non stia reagendo come dovrebbe di fronte all’accusa di manipolare l’opinione pubblica: “Vi chiedete perché Facebook sembra intraprendere solo piccoli passi per affrontare il più grande scandalo della sua storia? Una maggiore protezione dei dati degli utenti potrebbe danneggiare il core business di Facebook nell’usare ciò che sa su di voi per vendere annunci mirati sui vostri interessi”.

“In fin dei conti, – prosegue la nota di AP- Facebook è una società di raccolta dati e senza dati dell’utente, appassirebbe e morirebbe. Ma la quantità di dati che assorbe e ciò che fa con essi è una questione di grande importanza pubblica, che riguarda la salute della democrazia stessa”.

Tutti sappiamo che “Facebook offre alle aziende un modo ineguagliabile di indirizzare le persone alla pubblicità, fino ai minimi dettagli. Le aziende possono, per esempio, individuare gli utenti che vivono in Kansas e hanno messo tra i loro interessi Bernie Sanders e il matrimonio omosessuale – che è esattamente ciò che alcuni annunci Ads, collegati alla Russia, hanno fatto nella campagna di propaganda durante le presidenziali statunitenso del 2016. Qualsiasi app – tutte: da sciocchi quiz a test della personalità, fino ai giochi (ricordate FarmVille?) – è stata in grado di raccogliere informazioni sugli utenti dal 2007, quando Facebook ha aperto il suo servizio agli sviluppatori esterni. Jeffrey Chester, direttore esecutivo del consumer-privacy del Centro per la democrazia digitale, ha dichiarato che «Facebook incolpa gli sviluppatori di app e le società esterne come Cambridge Analytica anziché dire, dobbiamo davvero dare un’occhiata alla pulizia da fare in casa»”.

Il prodotto migliore da vendere siamo noi

Sul sito di Articolo 21, Roberto Reale si pone una domanda che nella sua semplicità è sconcertante: “come mai una società che ha come proprio patrimonio unicamente i dati degli utenti ha raggiunto negli ultimi anni una capitalizzazione così alta? Evidentemente questi dati valgono un’enormità”.
Sì, è così: il prodotto migliore da vendere siamo noi stessi. E nessuno può davvero sentirsi al sicuro. Frasi rassicuranti come “con me non potrebbe accadere, non mi lascerai mai influenzare” non hanno semplicemente senso. Profilare un utente partendo dalle molteplici tracce digitali che quotidianamente lascia in giro, è più facile di quel che sembri. Limitandoci a Facebook e alle molte app che attraverso questo social si occupano di noi utenti, possiamo dire che le informazioni anagrafiche noi stessi cediamo consapevolmente (il nostro sesso, quanti anni abbiamo, dove abitiamo, il lavoro che svolgiamo ecc) sono soltanto la base di partenza per costruire un profilo dettagliato. Profilo che viene arricchito e completato dalle continue ‘briciole di pane’ che ogni giorno ci lasciamo dietro su internet: i ‘mi piace’ che mettiamo, gli ‘amici’ che abbiamo, i commenti che scriviamo, i contenuti che condividiamo.

Facebook ti conosce meglio di te stesso. Fidati

Sembra impossibile? Andiamo a vedere meglio cosa succede. In un interessante articolo pubblicato sul sito americano Motherboard, ripreso in parte anche da Il Post, si parla di psicometria e di Michal Kosinski, un nome che ricorre molto spesso in questi giorni. Kosinski è un genio della psicometria, cioè di quella scienza che misura e descrive le caratteristiche psicologiche di un individuo, quindi la sua personalità.
Nel 2012, Kosinski ha dimostrato che sulla base di una media di 68 “mi piace” che un utente mette su Facebook, è possibile prevedere il colore della pelle (con un’accuratezza del 95%), il suo orientamento sessuale (88% di accuratezza) e l’affiliazione al partito democratico o repubblicano (85%, l’analisi è stata fatta negli U.S.A.). Ma Kosinski non si è fermato qui e dopo poco tempo è stato in grado di presentare valutazioni molto più precise. Con una manciata di ‘mi piace’ è possiamo sapere di un utente una infinità di cose, sino a tracciare, descrivere, profilare con accuratezza la sua personalità. Attraverso i ‘mi piace’ posso sapere di un utente molte più cose di quanto possa immaginare. Dall’analisi di Kosinski ecco cosa emerge:

  • Con 10 ‘Mi piace’ sono in grado di conoscere una persona meglio del suo collega di lavoro
  • Con 70 ‘Mi piace’: meglio dei suoi amici
  • Con 150 ‘Mi piace’ meglio dei suoi genitori
  • Con 300 “Mi piace” meglio del suo partner.

Il giorno in cui Kosinski ha pubblicato queste scoperte, ha ricevuto due telefonate: la minaccia di una causa e un’offerta di lavoro. Tutte e due da Facebook.

L’Italia del Grande Fratello

Sappiamo che Cambridge Analytica ha avuto e a che fare anche col nostro paese. Ma il problema potrebbe non essere soltanto il ruolo di questa società nella politica italiana. Potrebbero esserci, cioè, tante altre Cambridge Analytica, magari fatte in casa, ma non per questo meno pericolose per una democrazia che si basa sul consenso e sul voto.

La Repubblica fa uscire un articolo, a firma di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci in cui spiega che “La Lega ha schedato decine di migliaia di suoi elettori. Ha raccolto su una piattaforma – di cui si sa poco e niente – i dati dei profili Facebook dei suoi militanti e simpatizzanti, prendendosi anche la lista degli amici e l’indirizzo email. E lo ha fatto attraverso quello che è stato definito il colpo di teatro della campagna elettorale del leader leghista: il concorso Vincisalvini”.

E più avanti si legge: “Grazie a queste informazioni il partito può svolgere una propaganda mirata verso elettori agganciabili. «Una persona che ha pregiudizi nei confronti dei migranti – spiega a Repubblica una fonte qualificata esperta di ingegneria sociale digitale – è possibile che abbia amici che la pensano nella stessa maniera e che frequenti pagine che abbiano care alcune tematiche. Moltiplicare il consenso in questa maniera diventa più semplice. Il problema è che le persone raggiunte e profilate non hanno mai dato il loro consenso»”.

Vedi anche

Altri articoli