“Democrazia non è solo avere tanti voti”. Parla Enzo Di Nuoscio

Focus

“Democrazia non è solo governo del popolo”. L’intervista al coautore, con Dario Antiseri e Flavio Felice, del volume “Democrazia avvelenata”, ed. Rubbettino

“La democrazia non è il governo del popolo, ma il governo della legge. E chi prende più voti non diventa automaticamente uno statista. Un concetto semplice che, però, nel nostro Paese si fa fatica a comprendere. Forse perché scarseggia un certo tipo di cultura”. Ne è convinto Enzo Di Nuoscio, ordinario di Filosofia della scienza e direttore del dipartimento di Scienze umanistiche, sociali e della formazione presso l’Università del Molise, autore con Dario Antiseri, filosofo e Flavio Felice, ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università del Molise, del libro Democrazia avvelenata, edito da Rubbettino, in cui non solo si analizzano le cause della malattia delle democrazie occidentali, ma si cercano possibili vie d’uscita. Una su tutte,  il recupero della cultura umanistica.

Professore, come può funzionare un antidoto così, se chi ci governa non perde l’occasione per elogiare l’incompetenza?
Ci vuole buon senso: se la conoscenza e la preparazione non garantiscono la migliore soluzione ai nostri problemi, l’ignoranza e la sprovvedutezza garantiscono invece, come direbbe Herbert Spencer, mali collaterali superiori a quelli che si vogliono curare. Le scienze umane e sociali servono anche a farci capire come, a causa della tecnologia, della globalizzazione, e di tanti altri fattori, le nostre società sono diventate sistemi estremamente complessi, e di conseguenza chi, come i politici, si misura con i problemi sociali, deve avere la saggezza di affidarsi a bravi tecnici, ma anche una competenza necessaria per entrare nel merito dei problemi e delle soluzioni. Ed è disarmante, oltreché pericolosa, la litania, ripetuta ogni giorno, che la legittimazione popolare debba imporre qualunque tipo di scelta, quasi che la democrazia possa annullare la conoscenza. E’ bene ricordare che la conoscenza, faticosa e, a volte scomoda, che può crescere solo in un ambiente di libertà, è l’unico mezzo per comprendere meglio la realtà e produrre più soluzioni a problemi, quindi perincrementare il benessere di un popolo. E’ proprio questo che ha storicamente conferito un vantaggio evolutivo all’Occidente. Ed è bene inoltre non dimenticare che solo la conoscenza può ridurre gli effetti perversi delle decisioni politiche. Quando sento alcune proposte di autorevoli esponenti del Movimento Cinque Stelle, penso che non si rendano conto che le buone intenzioni non siano sufficienti e mi convinco che manchi loro la prima, essenziale, lezione per chi fa politica: fiat justitia ne pereat mundus. Non si capisce un dato fondamentale.

Quale?
La democrazia è una poliarchia nella quale il Parlamento e il Governo, espressioni della volontà popolare, sono solo una parte dello Stato, il quale è composto anche di istituzioni non elettive. E lo Stato stesso, a sua volta, è parte di un ordine più grande, fatto di corpi intermedi (istituzioni locali, associazioni di tutti i tipi, partiti, sindacati, ecc.). La democrazia è il risultato dell’interazione e anche della competizione di tutti questi soggetti, regolate dallo Stato di diritto. Luigi Sturzo la definiva una plurarchia. Non è difficile capirlo. Ma se gli intellettuali sono visti come inutili speculatori di idee, le università servono solo a fare cassa, i partiti come luogo di formazione e discussione devono essere sepolti con il secolo breve, le scuole di partito sono considerate roba dello scorso millennio, la discussione politica teme quasi di essere infettata dal dibattito culturale, non ci si deve meravigliare se qualcuno si convinca di essere uno statista solo perché ha preso tanti voti.

Pensa che la democrazia in Italia sia più avvelenata rispetto ad altri Paesi?
Non credo. Siamo l’unico Paese dell’Occidente europeo che non ha un consistente partito di estrema destra. E questo non è poco, vista la gravità della lunga crisi economica che abbiamo alle spalle. E tuttavia un veleno preoccupante sta infettando anche la nostra democrazia: il populismo. Per mera ignoranza di cosa sia la democrazia e per convenienza propagandistica, il consenso e il legame, direi empatico, con il popolo vengono considerati – soprattutto dal M5S – gli unici criteri performativi della democrazia. Si pretende che essi prevalgano su qualsiasi altro vincolo. Per cui, autorità indipendenti, ma anche organismi e istituzioni internazionali, in quanto non eletti, si dovrebbero sottomettere alla volontà popolare incarnata da chi ha vinto le elezioni. Eppure, la prima cosa che deve fare un sincero democratico è non mitizzare il popolo che, in una famosa Pasqua ebraica di 2018 anni fa, pare, si sbagliò. E a pensarci bene, non andò meglio neanche nel 1933 in Germania. Anche qui siamo alla prima lezione di politica: la democrazia non è il governo del popolo, ma il governo della legge. Ma questo succede perché si è abbassato il livello culturale, soprattutto riguardo alla formazione umanistica, di buona parte della classe politica.

Quella che, come scrive nel libro, aiuta a capire che la felicità non può venire né dallo Stato, né da un algoritmo.
Certo. Dietro la promessa di dare al popolo la felicità vi sono proprio una scarsa preparazione culturale e una inadeguata comprensione di alcuni aspetti fondamentali dell’esistenza umana. Diceva Leopardi che la felicità si misura dall’interno, è la più privata delle avventure. ParafrasandoThoreau, direi che se qualcuno avesse intenzione di venire a casa mia per rendermi felice, scapperei a gambe levate. Sconsiglierei vivamente ai politici di pronunciare questa parola. Per perseguire la felicità dei singoli i regimi totalitari hanno costruito i gulag e i lager. Non è un caso che i saggi padri fondatori della più grande democrazia del mondo, nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776, non attribuirono allo Stato questo obiettivo, e scrissero: A tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. Tuttavia, per i nostri politici, che si avventurano a promettere la felicità, non scomoderei, almeno per ora, la nozione di Stato etico. Direi molto più semplicemente che si tratta di sprovveduta ingenuità. Sono tanto sprovveduti perché alzano irresponsabilmente le aspettative e non pensano alle conseguenze.

In concreto perché c’è scarsa cultura umanistica nel nostro Paese?
Negli ultimi decenni si è radicata la convinzione che una società dominata dalla ricerca del profitto e dall’innovazione tecnologica abbia meno bisogno della cultura umanistica, da molti vista come una erudizione ormai démodée. E questo ha portato a scelte scellerate. Nelle scuole superiori abbiamo assistito ad una deleteria semplificazione dei programmi delle materie umanistiche. Per non parlare di quello che è accaduto nelle università: intere discipline vanno scomparendo, molti corsi di studio stanno chiudendo. Inoltre, i criteri di finanziamento e valutazione della ricerca hanno fortemente penalizzato gli studi umanistici, perché ispirati dall’errata convinzione che la crisi economica richiedesse uno spostamento di risorse dalla ricerca di base a quella applicata, dalle scienze umane e sociali a quelle naturali. Niente di più sbagliato e pericoloso, perché la formazione umanistica contribuisce in modo determinante a  formare una mente critica, sviluppare autonomia di giudizio, collocarsi nel più ampio mondo, e quindi a generare anticorpi per difendere lademocrazia. Quando un professore insegna agli studenti a fare la versione di greco o latino, oppure a fare l’analisi critica della Divina commedia o dei Promessi sposi – non sempre se ne rende conto- sta difendendo la democrazia, perché insegna a ricostruire il senso di un testo, a controllare le ipotesi di interpretazione. Questo aiuta il cittadino democratico a cogliere il significato di un discorso politico o un programma elettorale, a scegliere in modo più consapevole e quindi a difendersi da imbonitori, sempre in agguato nei momenti di crisi. E quando un professore di storia spiega agli studenti la tragica vicenda del secolo breve, difende la democrazia perché fa capire come, con tutti i loro difetti, le democrazie – come diceva Salvemini- sono il purgatorio, ma l’alternativa è l’inferno della dittatura, e come sia uno dei più gravi errori scambiare i difetti, i limiti e le ingiustizie dei regimidemocratici con la prova del loro fallimento.

Salvemini, Popper e Aron: è a loro che nel libro affida il compito di salvare la nostra democrazia.
Salvemini, Popper, Aron, e prima ancora John Stuart Mill, vedono la democrazia come discussione continua che può funzionare solo se ci sono cittadini dotati di capacità critica e autonomia di giudizio. La condizione essenziale affinché una democrazia sopravviva, scrive Aron, “è che si riesca a mantenere un numero sufficiente di uomini indipendenti, capaci di essere in disaccordo sia con i giornali in cui scrivono, sia con i partiti a cui appartengono, sia con lo Stato che li stipendia”. Difficile dirlo meglio.

Quando invoca una maggiore cultura umanistica si riferisce a programmi ministeriali particolari?
Occorre innanzitutto migliorare la didattica degli insegnanti di filosofia e storia. Far capire agli studenti che le teorie filosofiche sono risposte ad autentici problemi filosofici, i quali traggono origine nell’esperienza umana. Il loro contenuto riguarda tutti, anche se la loro forma è per pochi. Le risposte della filosofia sono sempre provvisorie, plurali, contraddittorie e complementari, perché tale è la nostra esistenza. Dunque, il suo studio è una potente profilassi per immunizzare contro la pericolosa assolutizzazione (per ragioni ideologiche, teologiche, politiche, economiche, ecc.) di una delle tante prospettive, come accade con le dittature. La filosofia aiuta a uscire dai pregiudizi del proprio villaggio, collocarsi in uno spazio pubblico, mettere in discussione pregiudizi. Come scriveva Bertrand Russell, scuote il dogmatismo arrogante di coloro che non sono mai entrati nel dubbio liberatore. In altre parole, aiuta a convivere con l’incertezza e la pluralità senza rinunciare alla verità, ad una verità rivedibile, di cui nessuno può rivendicare un sicuro possesso, perseguibile attraverso la continua e libera discussione. E questa è anche la logica della democrazia. Per questo lo studio della filosofia aiuta la pratica democratica, e non è un caso che l’insegnamento della filosofia sia vietato in molti Paesi non democratici. Anche l’insegnamento della storia può essere utilizzato per rafforzare gli anticorpi dell’homo democraticus. I nativi democratici, che non hanno conosciuto la guerra e le dittature, non sempre si rendono conto che tutto è possibile, che non c’è alcuna legge ineluttabile in grado di garantire alle democrazie di continuare ad esistere. La falsa certezza dell’irreversibilità della conquista democratica abbassa le difese immunitarie contro le dittature. Ecco, la conoscenza storica ha anche questa funzione: far capire quanto deboli, reversibili e delicate siano le democrazie, e quanto lungo e sanguinoso sia stato il percorso che ha portato ad esse. E che con tutti i loro difetti, sono l’unico regime che permette ai propri cittadini di criticarlo. La conoscenza storica aiuta inoltre a capire un altro fatto importante: quello democratico è un ordine  politico e sociale che ha storicamente prodotto più ricchezza per tutti. Non è un caso, come osservaAmartya Sen, che nessuna carestia si registri in un Paese democratico. E potremmo aggiungere, nessuna guerra si registra tra le moderne democrazie. Quando poi, però, vediamo che nei licei vi è quell’ircocervo chiamato geostoria e che i criteri di finanziamento e valutazione della ricerca penalizzano pesantemente queste discipline e, più in generale, le scienze umane, viene da pensare che il ministro dell’Università farebbe bene a fare il contrario di quello che hanno fatto i suoi predecessori, anche se ha iniziato con il piede sbagliato, eliminando la traccia di storia dalla prova scritta del nuovo esame di maturità.

Se la cultura umanistica è sempre stata debole, ammetterà che anche quella scientifica non se la passa meglio, altrimenti non si diffonderebbero bufale, non si metterebbe in discussione lo sbarco sulla luna, non si penserebbe di curare un cancro con limone e bicarbonato.
Al di là del caso particolare delle fake news dolosamente pianificate, la diffusione di notizie false è un fenomeno che si è dilatato con i nuovi media. L’accesso alla rete dà possibilità – che spesso si rivela ingannatrice – di formarsi una opinione in proprio anche sulle questioni più tecniche, saltando la mediazione delle autorità epistemiche (figure e istituzioni detentrici di determinate conoscenze). Diciamo che nella web society l’intuizione espressa da Tocqueville ne La democrazia in America, secondo la quale l’idea di uguaglianza – insita nella democrazia – porta a svalutare le gerarchie conoscitive, ha subito una rapida accelerazione. Cresce soprattutto l’errata convinzione che non ci sia criterio più democratico di quello secondo cui la verità di una teoria debba dipendere dal consenso che riceve. A ciò dobbiamo aggiungere che ogni cattiva notizia seppellisce le tante buone, perché colpisce le aspettative delle persone. Si propaga molto di più, ad esempio, la falsa informazione, messa in rete in buona fede da un genitore, secondo cui l’autismo del proprio figlio sia stato prodotto da un vaccino, della notizia vera che in Occidente è stato il vaccino ad eliminare del tutto terribili malattie, come il vaiolo o la poliomelite. Ecco, il combinato disposto di questi fattori rischia di produrre la Democrazia dei creduloni, per usare il titolo del bel libro di Gérald Bronner. Per contrastare questi effetti perversi occorre rafforzare le capacità critiche delle persone, dotarle, anche attraverso gli studi umanistici, di criteri per orientarsi nel mare magnum di informazioni di cui in ogni momento ci inonda la rete. Serve, ad esempio, ricordare che, se abbiamo aspettative di vita tanto elevate, lo dobbiamo soprattutto alla scienza e alle innovazioni tecnologiche che essa ha prodotto. E che, come testimonia il caso di Galileo – solo contro tutti nel difendere la tesi che i corpi celesti non fossero perfettamente sferici – nella scienza consensus non facit veritatem. Dunque, è sbagliato usare il numero di like per stabilire se i vaccini provocano l’autismo, se è stato il governo degli Stati Uniti a organizzare l’attentato alle twin towers o se l’uscita dall’euro ci renderà tutti più ricchi. Infine, per arginare il dilagare di convinzioni infondate occorre che anche le istituzioni scientifiche e culturali siano maggiormente presenti nella rete. In questo siamo solo all’inizio. Non spariamo addosso alle nuove tecnologie che, invece, pongono una sfida interessante anche alla democrazia.

A cosa allude?
Ai mutamenti che le nuove tecnologie impongono alla politica e alle istituzioni, messi in luce già nel 1997 da Stefano Rodotà, quando pubblicò quel libro eccezionale che è Tecnopolitica. Le democrazie occidentali sapranno mostrare anche in questa fase storica quella forza che nel secondo dopoguerra ha permesso loro di consolidarsi grazie alla capacità di affrontare le grandi rivendicazioni sociali (lavoro, casa, sanità, previdenza) che rischiavano di spazzarle via? Le nuove tecnologie, ricordiamolo, danno la possibilità di un rapporto non intermediato con i governanti, e quindi illudono che si possa fare a meno di corpi intermedi come i partiti, e più in generale delle forme di associazionismo che aiutano la democrazia a raccogliere e a selezionare la domanda sociale. Questa è una illusione pericolosa, coltivata soprattutto dai grillini, perché attraverso i social si crea un rapporto di fatto unilaterale dei leader con l’opinione pubblica, senza la possibilità di un minimo confronto critico. Il rischio è che si passi dalla democrazia dei cittadini alla democrazie del pubblico, dal consenso – frutto del dibattito pubblico – agli applausi degli studi televisivi o ai like distrattamente espressi con il proprio smartphone, fortemente condizionati da sofisticate strategie comunicative.

E quindi?
Se non sappiamo come finirà questa sfida, ma possiamo essere certi che la democrazia sarà più forte se combatteremo la pericolosa illusione della democrazia diretta, che ci fa credere di contare di più e che in realtà svilisce il nostro potere di scelta. I partiti, senza dei quali una democrazia non è pensabile, devono, però, rinnovarsi anche utilizzando le nuove tecnologie. Ma, prima di ogni cosa dobbiamo far crescere la capacità di comprensione e scelta dei cittadini democratici.

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