Democrazia paritaria, tocca alle Regioni

Focus

La doppia preferenza di genere è realtà ma troppe Regioni non si sono ancora adeguate alla nuova normativa

Gli strumenti promozionali di riequilibrio di genere all’interno delle legislazioni elettorali come le quote di lista, la preferenza di genere e l’alternanza di lista sono stati una assoluta priorità nella legislazione a firma Partito democratico delle precedenti legislature.

Per quanto riguarda gli enti locali, la legge 215 del 2012, nata da un testo a firma Alessia Mosca (già “madrina” della legge sulle quote nei Cda) e Guglielmo Vaccaro, ha dato buona prova di sé: in tre anni dalla sua entrata in vigore, il numero di donne elette nelle istituzioni locali è aumentato (dicembre 2012-dicembre 2015) del 38,8%. La presenza femminile è aumentata di due volte e mezzo rispetto a quella della tornata precedente l’entrata in vigore della legge (dall’11,2 al 27,9 per cento), e nel caso dei capoluoghi meridionali è addirittura quadruplicata.

Porta la firma della deputata calabrese Enza Bruno Bossio la legge 65/2014 che introduce garanzie per la rappresentanza di genere all’interno della legge elettorale per la rappresentanza italiana al Parlamento europeo, prevedendo la tripla preferenza di genere. Anche questa normativa ha sortito ottimi effetti, unitamente a precise scelte politiche: all’esito della consultazione elettorale del maggio 2014, il numero delle donne italiane elette al Parlamento Europeo è raddoppiato, passando a 29 su 73 seggi spettanti all’Italia, pari al 39,7% (per la prima volta, sopra la media delle donne al Parlamento europeo, pari al 37%).

Per quanto riguarda i consigli regionali, dove la rappresentanza femminile è radicalmente minoritaria e pari a circa il 18% del totale dei consiglieri eletti, la legge 15 febbraio 2016, n. 20, portata avanti dalla ex deputata Giuseppina Maturani, ha introdotto, tra i principi fondamentali in base ai quali le Regioni sono tenute a disciplinare con legge il sistema elettorale regionale sulla base dell’articolo 122 della Costituzione, l’adozione di specifiche misure per la promozione delle pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive, in particolare le quote e la doppia preferenza di genere. Quest’ultimo strumento, introdotto per la prima volta dalla legge regionale della Campania nel 2009, è giunto al vaglio della Corte costituzionale che lo dichiarò compatibile con gli articoli 3, secondo comma, 51, primo comma e 117, settimo comma della Costituzione che pongono principi di parità tra i sessi nella rappresentanza politica.

Le Regioni italiane che eleggono il proprio consiglio regionale tramite un sistema proporzionale con premio di maggioranza (cosiddetta Legge Tatarella), quindi, devono adeguare la loro normativa “interna” alla disciplina nazionale.

Tra le ultime Regioni “virtuose” che si sono adeguate alla normativa nazionale abbiamo Lazio, Lombardia, Sardegna, Abruzzo e Basilicata, tra le ultime rimaste ad oggi inadempienti annoveriamo la Calabria, dove un movimento spontaneo di donne di tutti i partiti sta spingendo per l’approvazione, il Piemonte, le Marche, il Friuli Venezia Giulia e Puglia e la Valle D’Aosta.

Per superare le reticenze locali il 19 maggio 2018 l’Assemblea nazionale del Partito democratico a Roma ha approvato l’ordine del giorno “Towanda Dem” per sollecitare i rappresentanti regionali del Pd ad approvare la doppia preferenza di genere nella legge elettorale nel pieno rispetto degli statuti regionali e nazionale, dove la democrazia paritaria da sempre è una questione centrale di cittadinanza femminile.

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