La difficile sfida delle democrazie illiberali

Focus

Oggi sono le democrazie illiberali a immaginarsi come possibili prototipi per forme che tendono a dichiarare obsolete

Parlare oggi sulla sfida delle democrazie illiberali e della loro sfida è anzitutto il segno di un obiettivo arretramento. Stiamo infatti discutendo a partire da una definizione orgogliosa che danno i nostri avversari, da Orban a Putin. Prima di essa si discuteva in modo opposto prendendo spunto dal termine “democrature”, divulgato dall’esperto di geopolitica Pierre Hassner che, a partire dal nostro versante, quello delle democrazie consolidate, segnalava l’evoluzione di alcuni ordinamenti verso elementi di economia di mercato, pur slegata da un effettivo pluralismo politico e con un sistema di tutela dei diritti ancora non stabilizzato.

In quel caso erano le democrazie consolidate che osservavano le evoluzioni altrui, con un certo grado di soddisfazione, anche nella speranza di un ulteriore avvicinamento. Oggi, invece, sono le democrazie illiberali a immaginarsi come possibili prototipi per forme che tendono a dichiarare obsolete. Questa evoluzione è ben documentata nell’ultimo numero monografico della rivista “Pouvoirs” dedicato alle “democrature”, soprattutto con analisi ben mirate di Jacques Rupnik sul “deconsolidamento” democratico di Ungheria (anche tramite revisioni costituzionali) e Polonia (in questo caso col tentativo di aggiramento della Costituzione) e sulle relative cause.

Attestato il cambiamento di orizzonte, l’analisi deve volgere in senso pessimistico? Non ne è convinto Philippe Braud che segnala certo i nuovi problemi (l’estrema volatilità elettorale in epoca di dissolvimento di appartenenze rigide, l’ipercriticismo legato anche ai social) ma sul medio-lungo periodo la plasticità, l’apertura al cambiamento, le capacità di integrazione pacifica delle democrazie consolidate sono comunque una risorsa. Soprattutto, scrive Nicolas Baverez, le democrazie affrontarono separate la sfida degli anni Venti e Trenta con esiti disastrosi fino al secondo conflitto bellico. Ma subito dopo, sulla base della loro coesione, superarono brillantemente la sfida della Guerra Fredda.

Da questo punto di vista alcune reazioni, come quelle degli organi dell’Unione europea rispetto a Polonia e Ungheria, si stanno dimostrando più efficaci di quanto molti avessero previsto, anche se manca ancora nell’Unione una risposta positiva più ampia. E’ solo a quel livello, anche attraverso un ridisegno istituzionale, che le democrazie consolidate possono vincere la sfida.

Il numero di “Pouvoirs” non affronta la specificità italiana, ventre molle delle democrazie consolidate. Però noi ben sappiamo che, superato il primo sistema dei partiti (il pilastro forte del sistema) e non essendo possibile ricrearne un altro ugualmente forte, solo una rigenerazione delle istituzioni avrebbe dato solidità al sistema. Così al momento non è stato, né l’obiettivo sembra essere facilmente raggiungibile nell’immediato.

Tuttavia un tentativo di ridisegno efficace dell’ordinamento andrebbe quanto meno rilanciato specie da parte di chi si colloca all’opposizione. In fondo in questi giorni stanno emergendo sempre più i dubbi sulla sensatezza delle riforme in itinere, che non sono né gerarchicamente le più importanti né appaiono ben congegnate nel merito: la sforbiciata spot al numero dei parlamentari a funzioni invariate e un referendum propositivo che tende più ad opporsi al Parlamento che non a integrarlo. Se cadono questi errori, si spera prima dei voti finali, forse ci potrebbero essere spazi per rilanciare in forme nuove sia l’obiettivo di un rapporto più stringente tra corpo elettorale, maggioranza parlamentare e Governo, sia quello di un migliore rapporto cooperativo tra Stato e Regioni.

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