“Un peronista”. Panarari ci spiega il fenomeno Di Battista

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L’esternazione a Otto e mezzo conferma che l’esponente M5s è oltre destra e sinistra. In che senso è un populista di tipo sudamericano

Da lontano, come un Napoleone in esilio, Alessandro Di Battista ieri ha fatto irruzione nella politica italiana, scelto da Lilli Gruber per la “prima” di Otto e mezzo nella convinzione – rivelatasi esatta – che il personaggio avrebbe scosso le acque. Un ritorno duro. Duro verso l’alleato leghista e, dunque, problematico verso il suo partito. E’ anche vero che d’altra parte il M5s ha chiaramente bisogno del suo campione super-populista per scaldare gli animi di una base raggelata dall’avvio del governo gialloverde e dall’alleanza con Salvini. La bordata sui 49 milioni da restituire non è stata casuale.

“Di Battista è un’icona di riserva, se ne stra in panchina a scaldarsi i muscoli – ci spiega Massimiliano Panarari, sociologo dei media e della politica  – in attesa che succeda qualcosa. Ma cosa, è difficile dire, stante l’imperscrutabilità del M5s. Tuttavia è chiaro che se per ipotesi si dovesse arrivare a una rottura fra M5s e Lega per Dibba ci sarebbe certamente un ruolo importante. D’altra parte lui è il “fantasista” del Movimento, e per questo può giocare diversi ruoli, all’opposto di Roberto Fico che si è ritagliato un ruolo di sinistra ma non antisistemico”. La forza mediatica di Dibba è fuori discussione, e in questo senso “è il vero erede di Beppe Grillo, e come lui non si sporca le mani con il governo. Mi fa pensare questo suo ‘esilio’ in risposta alla istituzionalizzazione del M5s, chissà che ruolo impersonerà una volta tornato in Italia”.

C’è da dire che la “sceneggiatura” – forse scritta dalla Casaleggio Associati? – prevede Di Maio al centro, Fico a sinistra e Di Battista a destra (lo avevamo scritto qui)“A destra? Direi che Di Battista è contemporaneamente di destra e di sinistra, naturalmente mettendo le virgolette a entrambe le categorie. Io direi che è più una figura ‘di riserva’ mentre è vero che, esattamente come nei grandi partiti di massa, c’è una figura di sinistra mentre il capo comanda dal centro. Dibba rappresenta invece l’anima populista più pura, è proprio l’idealtipo del populismo. Oltre la destra e la sinistra. Come il peronismo. E’ la versione più evidente del populismo di tipo sudamericano”.

Ovviamente Panarari ci tiene molto alla specificazione: “sudamericano”. E non certo perché l’esponente grillino ami così tanto il Sudamerica e il Centroamerica. E’ un descamisado, e anche qualcosa di più. “Il peronismo, e in generale il populismo sudamericano – ci dice Panarari – si incardina sul capo carismatico, a differenza del populismo russo e quello americano. Ci sono dei rimandi interessantissimi al mussolinismo e alla dottrina corporativista mescolati però con elementi ‘sociali’ che derivano dalla condizione di grande povertà di quei paesi. Per questo dico che questo tipo di populismo incarnato da Di Battista va oltre la destra e la sinistra“.

Da questa analisi però sembrerebbe che l’Alessandrone abbia piuttosto rotto le uova nel paniere: e infatti si dice che Di Maio non abbia apprezzato l’esternazione dalla Gruber. Può darsi però che sia un gioco della parti. Un reality cinico. Dice Panarari: “Può darsi benissimo. Di certo una forza populista non ha correnti, nel senso che non esistono piattaforme formalizzate che si confrontano e magari si contrappongono perché in un partito come il M5s non è possibile un dibattito vero e proprio, vige un centralismo assoluto in grado di assicurare sempre una ricomposizione monistica. L’equilibrio non si deve rompere mai: come tutte le sette rivoluzionarie il frazionismo non è tollerato, la volontà generale di cui si considera depositaria non può essere frazionata. Per cui, sì, è possibile che il partito-azienda abbia studiato a tavolino questo gioco delle parti. Certamente non c’è un dibattito vero, questo non è consentito”. E quindi non è che esista una “linea Di Battista” nel senso di una trasparente opzione politica magari alternativa a quella di Di Maio. Siamo piuttosto sul palcoscenico della politica politicante, dove attori guidati da chissà quale regista recitano uno o più copioni contemporaneamente. Nel nome del popolo, s’intende.

 

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