Di Maio, l’Alighiero Noschese della politica italiana

Focus

Il Capo del M5s cambia linea ogni giorno nel tentativo di guadagnare spazio politico: ma non sembra esserci via d’uscita

In 96 ore il Capo politico pentastellato ha voltato gabbana un numero indecoroso di volte: come il grande imitatore Alighiero Noschese che un attimo era Ornella Vanoni un attimo dopo  Amintore Fanfani. O come l’eccezionale Arturo Brachetti che scompare dietro un separè e ne esce trasformato. Ma qui non siamo al teatro Sistina. È vergognoso che Luigi Di Maio, che ci ha per anni riempito la testa con una pretesa inflessibilità morale e politica, un giorno attacchi Salvini per le amicizie coi nazi e il giorno dopo (oggi sul Corriere della Sera) gli mandi un affettuosa lettera, “Matteo, grazie”.

Si, è incoerenza da vecchia politica. Incoerenza insopportabile additare per una vita Angela Merkel come mostro affamatore di popoli, e uscirsene domenica con un’incredibile intervista al Tempo nella quale la innalzava a luminoso esempio, scondinzolando senza ritegno attorno al Ppe – ma non era il regno dell’establishment? –  salvo essere respinto con perdite. Senza  dimenticare  poi una comparsata da Fazio per fare quello “di sinistra”, tutto diritti e distintivo.

Di Maio è in un certo senso “costretto” a fare come Arlecchino. Anche un bambino capisce che reggere la scala a Salvini lo costringe a donare sangue. E quello infatti lo sta prosciugando. Ma al tempo stesso non è in grado di chiudere questa esperienza – e quando ripassa l’autobus? -né tantomeno di aprire una riflessione autocritica. E dunque vivacchia, strizza un occhio di qua (mai legge Pillon!) e uno di là (porti chiusi!), la  flat tax sì, no, forse, la Tav no ma vedremo, tutto così. Non ha una strategia. In Europa non lo vuole nessuno. Né la destra estrema che ha già Salvini, né il centro popolare, né la sinistra.

E la manfrina antileghista non se la beve nessuno. È una disperata e un rozza mossa di marketing elettorale. La storiella del Di Maio “di sinistra” è il segno di quanto “Noschese” sia disperato nel suo mulinare le braccia alla ricerca di qualche voterello piovuto dal cielo: ma come può sperare, uno che ha appoggiato tutte le scelte di Salvini, a partire da quelle sull’immigrazione (fino al punto di salvarlo dal processo), di riciclarsi come un progressista? Troppo facile prendersela con la grottesca sarabanda di Verona, troppo semplice scagliarsi contro i nazisti tedeschi omaggiati oggi a Milano da Salvini. Nessuna persona obiettiva può credere a queste baruffe chiozzotte dopo quasi un anno di perfetta sintonia fra i due alleati, e non solo per via del mitico contratto ma per l’esistenza conclamata di una convenienza di potere a stare assieme non disgiunta da un certo amalgama di sostanza – stavamo per dire: cultura politica.

Il gioco delle parti è un classico delle campagne elettorali. Il copione vuole Salvini nella parte del cattivo e Di Maio in quella del povero cornuto: siamo alla pochade. Il problema è che se tirano troppo la corda rischiano di farsi male. E infatti se ne vedranno delle belle dopo il 26 maggio quando si tratterà di passare il rispettivo peso nel governo sotto la lente dei risultati elettorali. Se va bene ci si limiterà al classico rimpasto; se va male, tutto diverrà possibile.

Ma tutto questo indica che siamo ad un passaggio di fase. La Balena gialloverde si va decomponendo. Gli italiani ne respirano i miasmi. E però sanno bene chi è al governo e chi all’opposizione: inutile tentare di confondere i ruoli. Nemmeno Noschese può fare miracoli.

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