Botte da orbi. M5s: “O Di Maio o niente”, Salvini: “Non è nessuno”

Focus

L’ultimatum di Bonafede respinto dal Carroccio ma si aggirano altre ipotesi, da Frattini a Giorgetti.

Come nel film con Orson Welles, dalle parti dei sovranisti vincitori il 4 marzo si comincia a dare la caccia al terzo uomo: uno in grado di fare il miracolo di mescolare il diavolo e l’acqua santa, di compiere quello che per Marco Travaglio sarebbe un suicidio (per Di Maio), vale a dire l’alleanza di governo M5s-Lega. Il Corriere della Sera ha adombrato la possibilità di ricorrere a Franco Frattini, ex grand commis, ex ministro degli Esteri berlusconiano, ex autore di una opacissima legge sul conflitto d’interessi: visto con l’occhio dei grillini non pare un gran curriculum. Oppure in pista potrebbe scendere Giancarlo Giorgetti, il “Richelieu” della Lega – ma il gran consigliere del Re Sole avrebbe qualcosa di ridire – il supermediatore dentro il Carroccio e fra il Carroccio e il P5s, il Partito Cinquestelle, che in effetti è uno dei pochi leghisti a masticare qualcosa di economia e di istituzioni. Udendo questi rumori di fondo, uno degli scudieri di Di Maio, l’avvocato Alfonso Bonafede, si è imbizzarito: “A queste elezioni i cittadini hanno partecipato con entusiasmo e, quindi, va data una risposta e questa risposta secondo noi non può prescindere dalla presenza di Luigi Di Maio come candidato premier”. Un vero e proprio ultimatum: “Se presentiamo un altro candidato ci sarà il definitivo allontanamento dei cittadini dalla politica”. O Di Maio o il caos. Altro che terzo uomo, neppure il secondo: cioè Salvini.

Il quale Salvini si scatena a sua volta: “Se Di Maio dicesse davvero ‘o io o salta tutto’, questo non è il modo di agire. Se dice così sbaglia, perché ad oggi è nessuno”. Botte da orbi.

Politicamente dunque siamo sempre allo stesso punto della notte del 4 marzo, a risultato acquisito: come fare un governo non solo con una Lega a sua volta ambiziosetta ma anche con il diavolo-Berlusconi? Alla prima occasione sono stati tutti bravi a siglare un patto di potere portando Fico (soprannominato sui social “nientedichè”) a Montecitorio e la ghediniana Casellati a palazzo Madama, ma ora siamo tornati al punto di partenza. In questo ginepraio di veti e controveti è possibile che Mattarella sia costretto a fare un giro più lungo del previsto, magari affidando a Di Maio un pre-incarico per verificare se esiste una maggioranza parlamentare e tornare poi a riferire per, eventualmente, ricevere un incarico “pieno”. Il capo dello Stato ha una settimana per riflettere prima di iniziare le consultazioni ufficiali. Ma il timore è che la nebbia non si diradi tanto presto, mentre l’Europa ci guarda e le tanto sbandierate promesse già paiono finite nel cestino.

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