La balla del ritiro della candidatura di Dessì (che Di Maio fa finta di non sapere)

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La storia del candidato-picchiatore che ballava con gli Spada non è affatto chiusa. E lui dice: “Ho firmato un foglio ma non ho capito cosa c’era scritto”

Lo avevano chiesto in molti, sopratutto dal Pd, e ora sembra che Emanuele Dessì, il candidato dei 5 Stelle al Senato, finito nella bufera per la diffusione di un video che lo ritraeva con un membro del clan Spada di Ostia, per l’affitto a 7,75 euro al mese in una casa popolare di Frascati e per i suoi post razzisti, faccia un passo indietro. “Oggi ho parlato con lui e, in seguito ai tanti attacchi ricevuti, ha deciso di fare un passo indietro per tutelare la sua persona e il MoVimento 5 Stelle – ha spiegato Luigi Di Maio.

Non una scelta del candidato premier né dei dirigenti del Movimento, quindi, ma la decisione viene proprio da Dessì. Una versione smentita dal diretto interessato che in un’intervista al Messaggero conferma che i vertici del Movimento gli hanno chiesto di “rinunciare alla candidatura” e che ha “firmato un documento” su cui però non ha capito cosa “ci fosse scritto”.

Ma è proprio così?

Non proprio. Le leggi sulle elezioni al Senato non prevedono, infatti, che si possa rinunciare a una candidatura modificando le liste già depositate, come chiaramente ha fatto notare la deputata del Partito Democratico, Alessia Morani su Facebook


Quindi che cosa succederà?

Se alle elezioni del 4 marzo il Movimento 5 Stelle dovesse ottenere una buona percentuale di voti, è praticamente certo che Dessì sarà eletto. Di Maio ha assicurato che se ciò dovesse succedere, l’ormai senatore rinuncerà al seggio. Ma questa spiegazione non convince proprio tutti.

Michele Anzaldi, deputato dem chiarisce: “Quello che Di Maio definisce il modulo per il ritiro della candidatura dell’impresentabile Dessì è una patacca senza alcun fondamento giuridico, una sceneggiata che non ha alcun effetto. Averlo candidato in posizione blindata significa avergli regalato il seggio di senatore”. Gli fa eco Emanuele Fiano: “Dimissioni Dessì? Passo indietro? Tutte buffonate. Beccati sul fatto si inventano il finto passo indietro. Falsi che pretendono pure di dare lezioni. L’ennesima presa in giro -e continua Fiano- lo sapevano fin dall’inizio ma sono stati scoperti anche se continuano a fare i furbi”.

Ipotizzando quindi che Dessì entri in Senato, ci si dovrà aspettare una sua volontaria rinuncia.

Ma anche in questo caso, la strada non è semplice (e ci sono già precedenti imbarazzanti). Secondo Anzaldi infatti “le eventuali dimissioni post elezione richiederebbero il voto della maggioranza dell’Aula: una procedura che può durare mesi, anche anni, e poi concludersi in nulla di fatto. Come per il senatore M5s Vacciano, che ha ‘tentato’ inutilmente per cinque anni di dimettersi”.

Cosa prevede il regolamento del Senato?

Il “potenziale senatore” Dessì dovrebbe spiegare al Senato le proprie motivazioni e l’aula dovrebbe accettarle con una votazione a maggioranza e a scrutinio segreto (come è prassi nelle decisioni che riguardano un singolo individuo). Questo meccanismo fu introdotto per evitare che un parlamentare possa essere costretto a dimettersi dal proprio partito o da esterni e si sposa con la norma che garantisce l’assenza del vincolo di mandato. Di solito poi, alla prima votazione, il Senato respinge le dimissioni per far sì che il parlamentare possa pensare in modo più approfondito alla sua scelta.

Un processo, quindi non brevissimo, che, come nel caso del già citato Vacciano può concludersi anche con un nulla di fatto: il parlamentare ha concluso la legislatura, nonostante avesse dato le dimissioni nel 2015.

Una strategia quella di Di Maio per chiudere, momentaneamente, le polemiche e cercare di uscirne pulito?

Per Azaldi c’è solo una soluzione: “Per evitare che Dessì diventi senatore, gli elettori del collegio di Latina, Frosinone, Velletri e Fiumicino non devono votare M5s”.

 

 

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