Jobs act, Di Maio fa già confusione

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Aumentare le risorse ai centri per l’impego, come sostiene il nuovo titolare del Lavoro, è ben diverso dal rivedere il Jobs act. Di certo è meno impattante sul piano della comunicazione

Sul fronte del lavoro il nuovo esecutivo ha intenzione di partire dalla revisione del Jobs act perché, ha annunciato oggi Di Maio in una diretta Facebook, c’è troppa precarietà. Nel video che lo ritrae al lavoro al Mise, il vicepremier elenca una serie di iniziative, come l’addio allo spesometro e la quota 100 per le pensioni.

Tuttavia per i dettagli bisognerà attendere, anche perché nel contratto presentato agli italiani si parla ben poco di lavoro, fatta eccezione per i voucher. Non vorremmo allora ci si concentrasse soltanto sui titoli per mantenere forte il rapporto con i propri elettori, destinando il paese in uno stato permanente di campagna elettorale.

Per questo sul Jobs act ci si chiede: quali norme della riforma vuole rivedere Di Maio? Quali parti? In che modo?

In primo luogo è bene ricordare al neo ministro che quella riforma tanto contestata non ha introdotto alcuna forma di contratto a tempo, visto che egli la vorrebbe “rivedere per la troppa precarietà”. Addirittura, secondo il nuovo inquilino del Mise, andrebbe rivista perché “la gente non ha certezza neanche più per prenotarsi le vacanze”.

Populismi a parte, però, va sottolineato che è lo stesso Jobs act a prevedere politiche attive. Ora, nessuno mette in dubbio che vada aumentata la qualità del lavoro. Lo stesso Pd nel suo programma presentato agli elettori l’aveva ritenuto una priorità: prima c’è stata la quantità (più di un milione di posti di lavoro creati dal 2014) ora sarebbe spettato alla qualità (più posti a tempo intederminato).

Il punto, però, è che aumentare le risorse ai centri per l’impego, come sostiene oggi Di Maio, è ben diverso dal rivedere il Jobs act. Di certo è meno impattante sul piano della comunicazione.

Ben diverso sarebbe se invece il vicepremier volesse rivedere le norme. Significherebbe in questo caso avventurarsi in discussioni sterili (della durata di mesi se non di anni) sulla cosiddetta flessibilità o rigidità che dir si voglia (vedi articolo 18 e dintorni). In alternativa potrebbe piuttosto puntare su uno degli aspetti che ha fatto davvero aumentare il lavoro a tempo indeterminato, ossia la forte decontribuzione per i giovani. Rendendola semmai strutturale; cosa che aiuterebbe sicuramente i nostri ragazzi a trovare lavoro. Anche se in questo caso non si tratterebbe di rivedere il Jobs Act, ma di rafforzarlo. E quindi non sarà nemmeno questa la strada che vorrà intraprendere il nuovo titolare del Lavoro. Si vedrà.

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