I giornali di oggi / Di Maio e Salvini: in due per una sola poltrona

Focus

Le prime pagine dei quotidiani raccontano il contrasto tra i leader di Lega e 5 Stelle, dalla crisi siriana alle alleanze per il governo

Dalla posizione della Lega sulle sanzioni russe al pre-incarico che Mattarella dovrebbe dare a breve, dall’ultimatum di Di Maio a Salvini al confronto nel Pd: i titoli delle prime pagine di oggi ruotano intorno a questi argomenti. Il Corriere della Sera dà per certo un incarico e nel titolo scrive: “Il Quirinale verso la scelta”; nel sommario annuncia: “Entro 24 ore il preincarico o un esploratore a partire dal centrodestra”, mentre nell’occhiello si evidenzia: “I partiti in stallo. Ultimatum di Di Maio a Salvini: ancora pochi giorni, poi chiudo il forno”. Anche Il Messaggero ne è convinto: “Governo, pronto il pre-incarico. Mattarella ai partiti: realismo”, mentre La Repubblica pone l’accento sul difficile rapporto tra i vincitori: “Di Maio: Salvini irresponsabile”.
La Stampa apre la prima pagina con “La Lega: via le sanzioni a Putin” ma nella riga sopra, nell’occhiello, si osserva la differente posizione dei grillini: “Il leader M55 frena: non riposizioneremo l’Italia nello scacchiere internazionale”. Avvenire sceglie “Di Maio e Salvini sempre più lontani. Mattarella verso mandato esplorativo”, Il Fatto Quotidiano preferisce “Salvini dà gli ordini a Mattarella. Di Maio lo avverte e riapre al Pd”.

Di Maio e Salvini: due vincitori, una poltrona

Per spiegare cosa stia succedendo fra i vincitori del 4 marzo, scegliamo due articoli. Il primo lo firma Barbara Fiammeri e lo troviamo nella decima pagina del Sole 24 Ore. Il titolo già ci dice tutto: “Di Maio e Salvini ai ferri corti su alleanze, elezioni e Siria”, poi nel testo si va sui dettagli. “Salvini scommette sull’affermazione della Lega per mantenere saldamente la guida della coalizione ma soprattutto perchè sarebbe un segnale al Quirinale in vista della formazione del governo. Di separarsi da Forza Italia non se ne parla. «Salvini si assume una responsabilità storica nel legarsi a Berlusconi» , replica Di Maio che avverte che il tempo sta per scadere («aspetto ancora qualche giorno») poi «il forno» aperto sul centrodestra si chiuderà. «Vuole Renzi? Si accomodi!», gli risponde il leader della Lega. Di Maio torna anche a stigmatizzare le dichiarazioni di Salvini sulla Siria bollandole come «irresponsabili» e lodando contemporaneamente la posizione assunta dal presidente del Consiglio paolo Genfiloni «non partecipando all’attacco». Un aplomb istituzionale che la dice lunga sullo “sforzo” del candidato premier pentastellato per portare il suo partito alla guida dell’esecutivo”.

L’altra chiave di interpretazione arriva da “Ultimatum di Di Maio a Salvini” di Paola Di Caro, pubblicato a pagina 2 del Corriere della Sera. Tra i due la divisione non sarebbe tanto Berlusconi o le questioni internazionali, ma, più banalmente, la poltrona: “la sensazione è che l’ostacolo che impedisce il dialogo sia sempre lo stesso e sempre arduo da superare: chi dovrebbe fare il premier tra Salvini e Di Maio. Entrambi infatti rivendicano il mandato e chiedono all’altro di contribuire ad arricchire il rispettivo programma, ma nessuno si smuove dalle proprie posizioni. Anche Silvio Berlusconi, raccontano, è convinto che mettere in mezzo FI come causa ostativa all’accordo è solo una scusa: «Non sono parlamentare, non voglio essere né ministro né premier, che senso ha chiedermi un passo indietro?».

Incarico esplorativo, quasi una mission impossible

Andiamo a vedere ora quali potrebbero essere i prossimi passi del Quirinale. Sul Messaggero ne scrive a pagina 7 Marco Conti: “gli stessi partiti sono di fatto fermi, quasi in attesa che il presidente della Repubblica tra domani e dopodomani assuma quella «iniziativa» promessa giovedì scorso. È probabile che, per smuovere i contendenti, Mattarella decida di affidare l’incarico esplorativo ad uno dei due presidenti delle Camere dopo aver nuovamente verificato le intenzioni di Salvini e Di Maio. I due, non essendo riusciti ad allargare di un millimetro l’area di una possibile maggioranza, hanno sinora sostenuto di non volere incarichi senza «numeri certi»”.

Ma l’incarico non sarà una passeggiata, come osserva Marcello Sorgi nel suo ‘Taccuino’ pubblicato a pagina 5 della Stampa e intitolato “Per l’esploratore un mandato ai limiti del possibile”.

Scrive Sorgi: “L’attesa è per un mandato esplorativo che Mattarella si orienterebbe a dare domani, dopo aver ascoltato le comunicazioni di Gentiloni sulla crisi siriana oggi in Parlamento, più probabilmente alla presidente del Senato Alberti Casellati, che non a quello della Camera Fico. Un’esplorazione mirata a cosa? Ufficialmente ad approfondire e sperabilmente chiarire il quadro delle attuali divisioni tra i partiti. Ma di fronte a prese di posizione come quelle di ieri, difficilmente l’esploratore o l’esploratrice potrebbero fare miracoli. (…) Qualsiasi decisione del Quirinale ha bisogno di una solidarietà, almeno di metodo, se non proprio di sostanza, da parte dei partiti che dovrebbero contribuire alla soluzione della crisi. Ma in questo caso, al di là di una richiesta di tempo, reiterata nel secondo giro di consultazioni, i leader del centrodestra e dei 5 stelle non hanno fatto praticamente nulla per rimuovere gli ostacoli”.

Pd, voci plurali e un’unica posizione

Sui quotidiani ci sono oggi quattro interviste e una lettera aperta di altrettanti esponenti Pd che danno conto di come un partito plurale e aperto si stia muovendo in questa fase.

Cominciamo con quella di Piero Fassino: la firma David Allegranti a pagina 4 del Foglio. Titolo: “Fassino ci spiega perché e come il Pd può tornare in gioco per il governo”. Leggiamo l’inizio: “Dice il deputato Piero Fassino, tra i fondatori del Pd e già sindaco di Torino, che a quaranta giorni dal voto lo scenario è cambiato. O, meglio, «deve cambiare: le due formazioni che hanno ottenuto più voti, Cinque stelle e centrodestra, hanno tentato di trovare un accordo. Accordo che fin qui non c’è. Dunque è necessario arrivare a una conclusione. O superano le difficoltà e sono in grado di fare un governo e noi saremo all’opposizione oppure non sono grado di farlo, e allora, invece di trascinare questa situazione, logorando la credibilità del sistema politico istituzionale più di quanto non si sia già logorato, si apra uno scenario nuovo». In questo scenario il Pd, dice Fassino, non potrà che avere un ruolo «da protagonista. Non staremo a guardare. Quale sarà il nostro contributo dipenderà da quale scenario si aprirà e da chi avrà l’incarico da Sergio Mattarella. Chi lo riceverà dirà come la pensa e come vorrà muoversi. Noi a quel punto avanzeremo le nostre proposte. L’importante è uscire dalla paralisi»”.

Sul Corriere della Sera, Monica Guerzoni intervista Ettore Rosato, nella seconda pagina del Corriere della Sera. Ecco un estratto: “Perché continuate a trincerarvi dietro la parola opposizione, quando non c’è una maggioranza alla quale opporsi? «Io non parlo di opposizione, dico che siamo alternativi a 5 Stelle e alla Lega. Vedremo se qualcuno sarà in grado di fare un governo. Nel frattempo, pur nell’ordinarietà dei suoi poteri c’è Gentiloni, che fa bene il suo mestiere». Per un partito che si dichiara di governo, non è un controsenso questo immobilismo? «Per essere un partito di governo ci vuole un mandato elettorale». Non in un sistema proporzionale. «Certo, ma noi non ci tiriamo fuori dalle responsabilità, diciamo solo che non si può fare un governo con chiunque pur di far un governo»”.

L’altra intervista che segnaliamo è quella che Debora Serracchiani rilascia a Carlo Bertini, pubblicata a pagina 4 della Stampa. La deputata Pd alla domanda se il Pd rientrerà in gioco in caso di fallimento dell’accordo Lega e 5 Stelle, risponde così: «Dobbiamo capire, ma intanto loro dovrebbero formalizzare il fallimento. Se non sono in grado di fare il governo lo dicano al capo dello Stato. Il quale credo metterà in campo tutte le iniziative per dare un governo all’Italia. Il Pd sarà pronto a dialogare con il soggetto incaricato dal Presidente della Repubblica di fare questo sforzo»”.

Riferendosi ai 5 Stelle, aggiunge: “Intanto loro devono dirci cosa vogliono fare. Finora hanno ripetuto che Di Maio deve essere il premier. Ma nessuna proposta su questioni programmatiche. E certo non considero tale l’abolizione dei vitalizi, perché se avessimo eliminato il Senato avremmo risparmiato ben di più. E in ogni caso, Salvini dice: mai col Pd”. A questo punto Bertini chiede se non resti che dialogare con i Cinquestelle e Serracchiani così risponde: “Innanzitutto chiariamo che non accettiamo ultimatum da nessuno né vogliamo essere strumentalizzati. Dobbiamo necessariamente attendere che il capo dello Stato dia l’incarico ad un soggetto: il Pd non si sottrarrà al dialogo, esponendo i suoi punti programmatici per confrontarsi con chi pensa di dare un governo al Paese”.

Altra giornale, altra intervista. Sul QN Carlino-La Nazione-Il Giorno, Ettore Maria Colombo intervista la dem Anna Rossomando, vice presidente del Senato, la quale, alla domanda “E se il M55 vi chiede di trattare?”, spiega che “Le richieste di dialogo vanno sempre accettate, ma l’idea del ‘chiudo un forno e ne apro un altro a mio piacimento’ sono irricevibili. I programmi, tra noi e i 5Stelle, restano distanti. Di certo il Pd deve essere sfidante, sulle priorità per il Paese, e può farlo anche dall’opposizione, come insegna la migliore e più alta tradizione del parlamentarismo”.

Ultima segnalazione: l’intervento di Ivan Scalfarotto sul Foglio. Scalfarotto comincia con una domanda da un milione di dollari: “come mai tanti elettori che oggettivamente hanno beneficiato delle politiche dei governi del Pd non hanno alla fine votato per il Partito democratico?”. Nella lettera aperta inviata al direttore Cerasa, l’esponente Pd una risposta prova a darsela: “Non c’è alcun bisogno di una “svolta a sinistra”, come ha detto qualche mio autorevole compagno di partito, per il semplice motivo, che dovremmo tutti genuinamente condividere, che il Pd non è mai stato nient’altro che un partito di sinistra. Di una sinistra di questo secolo, quello sì: ed è questa la ragione per cui non siamo spariti politicamente e 6 milioni di italiani ci hanno chiesto ancora una volta di rappresentarli. Se Corbyn e Sanders hanno avuto la capacità di rivitalizzare i loro partiti, se sono stati capaci di parlare a più persone, non è perché sono più a sinistra di noi, ma è perché il loro messaggio è stato integro, intelligibile, valoriale, diretto. “Limpido”, questa è la parola più giusta. Nel loro parlare c’è stata una visione, un’ispirazione, un’idea di società facilmente comprensibile e condivisibile. Niente di politicista: molta coerenza e zero compromessi”.

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