Quel metodo tedesco che grillini e leghisti non capiranno mai

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Di Maio ironizza: “La Germania ci ha messo sei mesi a formare un governo, noi ci metteremo meno…”. Ma non sa di cosa parla

I tre più grandi e più forti Paesi al voto. Il pericolo populista alle porte. I rischi per la stabilità europea. Tutto il continente, circa un anno fa, si preparava per una tornata elettorale che avrebbe coinvolto Francia, Germania e Italia, i Paesi cardine dell’Unione Europea. La Francia ha scongiurato il rischio Le Pen con la vittoria di Emmanuel Macron. La Germania, da oggi, ha un governo che, pur nelle difficoltà di un risultato elettorale deludente, è riuscito a mettere insieme la migliore tradizione europeista, che ha garantito al Paese benessere e stabilità e si propone di rifarlo nell’immediato futuro. In Italia, invece, si corre verso un governo – se mai prenderà forma – in cui si metteranno insieme gli alleati dell’Ukip con quelli dei neonazisti di Alternative fuer Deutschland, il reddito di cittadinanza con la flat tax, la propaganda anti-politica con l’estremismo anti-immigrazione.

“In Germania ci hanno messo sei mesi per formare un governo, credo che ci metteremo meno…”, ha detto oggi Luigi Di Maio. Come se il problema principale fossero i tempi della formazione del governo e non le logiche con il quale viene costruito, il programma che si propone di seguire, i valori di cui si fa portatore.

Allora, forse, è il caso di ricordare a Di Maio come funzionano (e come hanno funzionato anche in questo caso) le cose in Germania. Le elezioni federali del 24 settembre dello scorso anno sono state uno shock per le due grandi volkspartei. L’Unione cristiano-democratica e la Spd hanno ottenuto dei risultati del tutto insoddisfacenti e inferiori alle più previsioni più pessimistiche. Tanto che Martin Schulz, presidente e candidato primo ministro socialdemocratico, si è affrettato a dire fin da subito che la riedizione di una Grosse Koalition non era più pensabile, imputando proprio alla prolungata collaborazione, nelle vesti di partner di minoranza, con Angela Merkel fosse stata la causa principale dell’emorragia di voti della Spd. Di qui il tentativo (fallito) della Cancelliera di dare vita alla cosiddetta Jamaika Koalition (con Verdi e liberali) e le pressioni del presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier su Schulz per rivedere la propria decisione e avviare le trattative per la formazione di un governo che mettesse insieme le istanze della Cdu, del suo gemello bavarese Csu e della stessa Spd.

Un drammatico congresso straordinario dei socialdemocratici ha dato il via libera alle trattative, condotte in prima persona dall’ex presidente del Parlamento Europeo e dalla Cancelliera. Un mese di incontri, riunioni e dibattiti hanno dato vita ad un accordo che, dopo la promozione con il 66% dei voti degli iscritti della Spd, è diventato il nuovo programma di governo della GroKo (diminutivo di Grosse Koalition). E si arriva così ai giorni nostri, con il voto di fiducia del Bundestag (sofferto, non scontato, con 35 franchi tiratori) e al quarto giuramento da Cancelliera di Angela Merkel. Un percorso, lungo, difficile ma trasparente ed efficace. Ma sufficiente per dare alla Germania un governo che – pur con la necessità di recuperare parte del consenso perduto – si propone di far ripartire il Paese e, anzi, potrebbe tratteggiarne un atteggiamento più conciliante ed ottimista nei confronti di un percorso di rilancio dell’Unione Europea. Non è un caso che il primo a complimentarsi con Frau Merkel sia stato proprio Macron, che non vedeva l’ora di avere a Berlino un governo nel pieno delle sua funzioni per avviare il progetto di riforma comunitaria.

Al di qua delle Alpi, invece, la situazione si fa sempre più inquietante. Nel giro di due giorni Di Maio e Salvini incontrano la stampa estera con due interventi che alternano passi indietro a slanci identitari, moderatismo di facciata ad estremismo verbale e politico, dichiarazioni roboanti a toni apparentemente concilianti.

Il capo dei Cinque Stelle che attacca il ministro dell’Economia ancora in carica, accusandolo di “avvelenare i pozzi” (ebbene sì, lui, accusa gli altri di avvelenare i pozzi, dopo che per anni non ha fatto altro), insulta il Pd, reo di non voler avere niente a che fare con lui e con chi per anni ha giudicato gli esponenti dem, che stavano tirando fuori il Paese dalle secche della crisi, alla stregua di mafiosi, corrotti e chi più ne ha più ne metta. Il leader della Lega che dice di non voler avere niente a che fare con il Pd (come se qualcuno, da quelle parti, gliel’avesse mai chiesto), che prima sbugiarda se stesso su Europa e migranti e poi attacca la Germania e liscia il pelo alla Russia. Il primo che dice di aver vinto le elezioni e che, dunque, spetta a lui e al governo presentato in campagna elettorale prendere in mano il Paese. Il secondo che dice che invece spetta a lui e alla sua coalizione governare. Il primo che dice che il punto di partenza di qualsiasi esecutivo è quello dei Cinque Stelle e il secondo che incalza dicendo che il programma da seguire è quello della Lega, anzi del centrodestra. Senza chiarire come farà la Lega ad allearsi con i Cinque Stelle senza rompere il patto di coalizione con Forza Italia (Berlusconi ha già fatto sapere che l’unica apertura verso Di Maio & co. sarà quella della porta per cacciarli via). E poi altre chiacchiere sul fantomatico reddito di cittadinanza – per il quale sarebbe già pronta una versione light – sull’abolizione della Legge Fornero che costerebbe al Paese 350 miliardi di euro, sulla flat tax di cui ormai parla solo Salvini.

Se queste sono le premesse per la formazione di un governo “mettendoci meno tempo di quello che è stato impiegato in Germania”, che Dio che ne scampi. Un mix di promesse sfavillanti e irrealizzabili ridotte a specchietti per le allodole, una partita solo propagandistica per chi si accrediterà meglio (o meno peggio) nella ‘pancia’ degli italiani, un inciucio mascherato da accordo, una spartizione di posti e di logiche di potere mascherata da dialogo trasparente. Ecco, per l’Italia e per l’Europa la speranza è che Di Maio e Salvini, prima di parlare della Germania, si vadano a vedere come funzionano le cose lì, prima di parlare di cose che non conoscono.

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