Ma Di Matteo non può parlare come Pasolini

Focus

Il pm palermitano va in tv seminando sospetti su uomini di governo del passato ma ammette di non avere le prove. Allora non è meglio tacere?

“Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”. (Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 14 novembre 1974).

 

Lui, Pasolini, si attirò tante critiche per quel celebre articolo. Eppure lui, Pasolini, era libero di seminare un sospetto su chi avesse messo le bombe in quell’Italia grigia degli anni Settanta. Era un intellettuale libero. Provocatorio. Non era un ufficiale dello Stato. Men che meno un magistrato.

Invece Nino Di Matteo lo è. E, proprio come PPP, ha pubblicamente gettato un sospetto terribile. E come PPP ha detto di non avere le prove.

La cosa è passata un po’ inosservata ma a noi pare di una gravità assoluta. Il pubblico ministero palermitaono è andato domenica da Lucia Annunziata a dire che dietro i carabinieri che hanno (avrebbero, diciamo noi) intavolato una trattativa con Cosa Nostra ci sono dei “mandanti”. E ha obliquamente fatto riferimento ai governi del 92-93, quelli presieduti da Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, lasciando intendere che proprio dagli uomini di quei due governi sarebbe partito l’ordine della cosiddetta “trattativa”.

Il sospetto dunque grava su quei due presidenti (uno purtroppo non è più fra noi, Ciampi, eccezionale servitore dello Stato e grande profilo di statista) – non però su Nicola Mancino, non solo perché è stato (finalmente) assolto dall’accusa di falsa testimonianza  ma perché lo stesso Di Matteo ha detto di non averlo chiamato in causa quale “mandante”. Peccato che quel galantuomo è finito alla gogna per dieci anni!

Allora chi è questo “mandante”, dottor Di Matteo? Chi, Amato, Martelli, Scotti, Gava, Conso, chi? “Non ho le prove”: ma vi pare una risposta degna di un funzionario dello Stato? E se non hai le prove, meglio tacere, no?

Ecco, è in questo ambiguo dire e non dire, è nella sempreverde cultura del sospetto, è nell’allusività faziosa che si nutre l’incertezza del giudizio storico e persino del diritto, ed è in questa recita nell’impersonare la morale assoluta che cresce l’attivismo e la “popolarità” di magistrati a caccia di applausi e chissà di cos’altro. Il dottor Di Matteo rischia di diventare l’interfaccia del dottor Davigo – ideologicamente lontani ma accomunati dalla medesima cultura del sospetto -, due simboli di una magistratura in questo tempo orrendo forse egemone, certamente inquietante.

 

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli