Caro Pd, così funziona la democrazia. Risposta a Minopoli

Focus

Il confronto non deve avvenire sulla concezione della democrazia in generale, ma su che cosa potrebbe/dovrebbe fare un eventuale coalizione di governo M5S-Pd

Non credo che un Partito democratico possa accontentarsi ovvero, peggio, pensare che una campagna di #SenzaDiMe e un sondaggio peripatetico del suo due volte ex segretario costituiscano lo strumento per decidere se sia il caso o no di andare a vedere le carte del Movimento 5 stelle e di fargli vedere le sue carte.

Penso che in una democrazia parlamentare tutti coloro che sono stati eletti in Parlamento, seppure con una deprecabile legge elettorale, hanno acquisito il titolo di rappresentanti dell’elettorato e hanno (evito per due volte deliberatamente il congiuntivo) pari dignità. Al confronto su programmi e idee, prospettive e priorità, nessun partito che accetti la Costituzione può negarsi. Mai.

Non mi piacciono né i contenuti né i toni dei #SenzaDiMe. Esprimono pregiudizi che non mi paiono convincenti e che non possono essere produttivi. Nessuno mi racconti che si può governare dall’opposizione. Sulle tematiche importanti, il governo dall’opposizione non riuscì neanche al Pci che, sono sicuro che i lettori concorderanno, era partito più solido più competente meglio organizzato del Pd. Trovo apodittica l’affermazione pappagallescamente ripetuta che sono gli elettori ad avere mandato il Pd all’opposizione. No, nessun elettore ha il potere di mandare un partito al governo e neppure quello di spingere il Pd all’opposizione.

Quella dell’opposizione, ovvero della motivata decisione di non partecipare a nessuna coalizione di governo, è una scelta legittima, purché sia accuratamente motivata, ma anche legittimamente criticabile, di parte del gruppo dirigente del Pd che, incidentalmente, significa, lo sappiano o no gli elettori democratici, rappresentare poco e male le loro preferenze e i loro interessi. Ne indico solo uno: un governo che includa il Pd è più o meno gradito agli elettori del Pd di un governo che lo escluda? La Palisse mi ha già mandato una mail lusinghiera: “bravissimo!”, ma dirò meglio. Davvero gli elettori del Pd potranno dirsi soddisfatti se emergerà un governo Cinque Stelle+Lega? E nessuno dei democratici si chiederà se non esiste anche una loro responsabilità nazionale: sventare governi che probabilmente causeranno danni al paese? Evito di parlare di alleanze fra populisti e suggerisco di non appiccicare l’etichetta populista a tutto quello che non ci piace.

Andare a vedere le carte delle Cinquestelle potrebbe anche essere un semplice atto di cortesia istituzionale sul quale non vedo perché il Pd dovrebbe dividersi a meno che i renziani, da un lato, vogliano dimostrare che il loro leader dimissionario controlla ancora una maggioranza, dall’altro, abbiano paura di una discussione senza rete. Eppure, proprio quella discussione sarebbe un contributo pedagogico di inestimabile importanza per fare crescere nell’opinione pubblica le conoscenze sulla difficoltà di rispondere alle domande sociali e di governarle in maniera responsabile.

Qualcuno ha detto e ripetuto che il Pd ha una concezione della democrazia profondamente diversa, anzi opposta a quella del Movimento 5 stelle che, personalmente, ritengo confusa e inadeguata nonché manipolabile. Però, il confronto non deve avvenire sulla concezione della democrazia in generale (c’è molto da fare per tutti coloro che desiderino pervenire ad una concezione raffinata e condivisa), ma su che cosa potrebbe/dovrebbe fare un eventuale coalizione di governo M5S+Pd. Comunque, per meglio dimostrare quanto distante e preferibile è la concezione della democrazia interna del Pd, ci sono fin d’ora alcuni pochi comportamenti facilmente innescabili.

Sono tantissimo in disaccordo con Minopoli che, senza citare fonti, sostiene che il renzismo “testimonia ormai della realtà del Pd”. Concordo, invece, sulla necessità di andare a “valutare questo sentimento diffuso, il cosiddetto #senzadime”, “con il freddo e neutrale interrogativo di un’analisi sociologica, culturale, identitaria e di valori sulla realtà del Pd attuale”, ma è una mission impossibile persino per Minopoli.

Se il renzismo è il Pd di oggi, e viceversa, questo non era l’obiettivo che si erano posti i fondatori, ma lascio volentieri la parola a Fassino e Veltroni.

Renzismo o no, rimane aperto il problema del se e come confrontarsi con le Cinquestelle magari attivando forme di consultazione preventiva di quel che rimane dei circoli sui temi programmatici che gli iscritti ritengano non eludibili in qualsiasi negoziato non solo con il Movimento 5 stelle.

Ah, già, do per scontato che il confronto debba iniziare, sul serio. Poi, mi aspetterei che i dirigenti organizzino incontri di informazione e formazione in tutti i circoli, incontri aperti a elettori e simpatizzanti. Infine, ma è persino troppo banale chiederlo, dovrà esserci, proprio come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi, la richiesta di un voto decisivo, approvazione o rigetto, sul programma di governo al quale eventualmente siano pervenuti i contraenti.

Non mi paiono richieste anti-renziane cosicché sarò tristemente sorpreso e deluso qualora non fossero neppure prese in considerazione.

 

Politologo e accademico italiano

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